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Diamante o carbone

· Il segretario di Stato all’Associazione di carità politica ·

Donne e uomini che annunciano la Parola con la testimonianza della propria vita, capaci per questo di una continua conversione, instancabili nel cercare nuove strade. È l’identikit dell’evangelizzatore così come disegnato da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium. E il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, lo ha riproposto mercoledì pomeriggio, 30 aprile, a Roma, offrendo una rilettura dell’esortazione apostolica pubblicata nel novembre dello scorso anno e subito divenuta una pietra miliare del magistero. 

Invitato a parlarne dall’Associazione internazionale di carità politica, il porporato sottolinea anzitutto come novità nel pontificato di Bergoglio «la freschezza dell’annuncio e la capacità di parlare al cuore delle persone», caratteristiche entrambe presenti nel documento dedicato alla gioia. Da tale premessa il cardinale Parolin fa scaturire una riflessione sul legame tra gioia e annuncio del Vangelo. Nota innanzitutto che l’esortazione apostolica si apre con la constatazione «di un triste vuoto di senso», con una diffusa «incapacità di gustare la vita, che evidenzia una drammatica crisi spirituale e di significato del vivere». Per di più in un mondo che «paradossalmente sembra offrire sicurezza e possibilità materiali del tutto inedite alle generazioni precedenti». In tali preoccupazioni, secondo il porporato, si può individuare «una profonda continuità con il magistero dei Papi precedenti». E lo stesso Bergoglio, ricorda ancora il cardinale, «aveva trattato più volte il tema della gioia, definendola ora «condizione abituale dell’uomo o della donna di fede», ora «fonte della consolazione spirituale, ben diversa dall’euforia o dall’emozione del momento perché legata alla voce dello Spirito, che parla dal profondo del cuore e muove all’azione». Da qui l’invito a ritornare «sulle strade della vita», rivolto a tutti i cristiani «mettendo in secondo piano le difficoltà» e anche quei «meccanismi di difesa e di rifiuto, legati alla colpa, all’indegnità o alla paura di prendere sul serio qualcosa che a volta appare troppo distante dall’esperienza personale». «I cristiani — nota ancora il segretario di Stato — sembrano succubi delle medesime ansie e preoccupazioni di chi è senza speranza», vivendo in una «prospettiva appiattita sulla mera dimensione terrena». Mentre al contrario dovrebbero essere portatori di quella «gioia contagiosa che mette in movimento chi la sperimenta». 

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25 agosto 2019

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