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Dialogo per unire

· Dizionario montiniano ·

«Il dialogo presuppone l’uguaglianza (…) non nella posizione, nella preparazione, nell’autorità, nell’età, nel talento o nel genio, ma nel comune amore della verità». Le parole di Paolo VI affidate alla penna di Jean Guitton, dicono con chiarezza cosa sia stato, per il papa bresciano, il tema del dialogo. Questione alta, perfino carica del mistero che attiene al cammino verso la verità. Mai si è trattato di semplice tecnica, e men che meno di tattica. Mai Montini ha ceduto all’equivoco, al mimetismo, alla semplice indulgenza. Dialogo, nel cuore della modernità, nel pieno del processo di allontanamento e di separazione dell’uomo moderno da Dio e dalla Chiesa, è parola decisiva, che si sostanzia nell’ancor più complessa questione del rapporto.

Aligi Sassu, «Concilio di Trento» (1941-45)

Che esista una questione pertinente alla relazione tra Chiesa e mondo moderno, non è scoperta tarda in Montini. Fin dagli anni della giovinezza, vi è chiara la consapevolezza che occorre salvaguardare, difendere e proporre il grande patrimonio accumulatosi nei secoli nel cuore stesso della Chiesa con nuovi metodi, con uno stile rinnovato, moderno. Il tema attiene innanzitutto alla relazione Chiesa-mondo con tutta la sua variegata e caleidoscopica ricchezza di saperi, di domande, di abitudini, di stili di vita, di ricchezze e di povertà.
La prima questione che attiene al dialogo sembra essere in Montini la dismissione di una radicata paura del mondo. Meglio: di una sostanziale diffidenza. Essa si pone in termini chiari soprattutto durante l'esperienza di Montini alla guida spirituale degli studenti universitari della Fuci. Conoscere e studiare diviene la premessa di ogni piena consapevolezza. Conoscere meglio la radice delle cose: ecco il compito che affida inizialmente ai suoi studenti. Quindi rendere partecipi della conoscenza, nella dimensione della carità intellettuale, tutti gli altri. L’esperienza universitaria deve così diventare una grande esperienza spirituale, nella quale, tra le infinite domande, una deve emergere, imperiosa e definitiva: la domanda su Dio. Il percorso educativo realizzato da Montini punta dunque su un significativo ampliamento delle conoscenze filosofiche, scientifiche, teologiche e letterarie dello studente, sulla collaborazione tra studenti nei famosi “gruppi di studio”, su una vita spirituale attiva e sistematica, sull’esercizio della carità. Si tratta insomma di immettere le forze cattoliche sulla strada della cultura contemporanea, renderle consapevoli e militanti, pronte e preparate ad affrontare i temi propri del mondo secolarizzato della cultura.
Il risultato è quello di una gioventù cattolica che si apre in anni di asfissia culturale, quali sono stati quelli del fascismo, alla cultura contemporanea europea, ai grandi pensatori e scrittori cristiani, che acquisisce una coscienza di sé avvertita e dinamica, che guarda, con gli occhi consapevoli della cultura, a una società che va evolvendo e insieme immiserendosi.
Ma è Milano, cui Montini approda nella sua nuova veste di arcivescovo nel gennaio del 1955, a costituire il primo banco di prova e soprattutto il terreno fertile di un’elaborazione compiuta, del tema del dialogo.

L’arcivescovo mette in guardia dal pericolo ricorrente, insito in un dialogo mal inteso: «(il pericolo) è quello di scambiare l’avvicinamento degli indifferenti, dei lontani, degli avversari con l’assimilazione al loro modo di pensare e di agire. Non saremo più dei conquistatori, ma dei conquistati. Il dialogo, metodo necessario all’apostolo, non deve terminare con una negazione, o un oblio della nostra verità, a profitto dell’errore, o della parziale verità che si voleva redimere».

di Giacomo Scanzi

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18 agosto 2019

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