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Dialogo
di amicizia

Mentre inizia la festa di sant’Andrea, patrono della Chiesa patriarcale di Costantinopoli, l’arrivo e la mattinata a Istanbul di Papa Francesco — con le visite alla moschea Sultan Ahmet (la celebre Moschea Blu), a Santa Sofia, oggi museo, e il semplice saluto della comunità cattolica nel piccolo giardino della delegazione apostolica — hanno segnato il passaggio alla parte ecumenica del viaggio in Turchia. Itinerario che è stato aperto ad Ankara dagli incontri con le autorità politiche e religiose del Paese.

Quarta visita di un Papa in meno di cinquant’anni, il viaggio di Francesco rappresenta un nuovo momento di quel «dialogo di amicizia, di stima e di rispetto» — così si è subito espresso il Pontefice — i cui semi furono gettati quasi un secolo fa da Benedetto XV durante la prima guerra mondiale e poi dalla presenza di Angelo Roncalli, delegato apostolico nel Paese per un decennio. Seguirono dal 1967 le visite di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, segnate soprattutto dagli incontri con i patriarchi costantinopolitani Atenagora, Demetrio e Bartolomeo.

Legata indissolubilmente alle origini e alla storia della Chiesa, è questa una terra «cara a ogni cristiano» ha ricordato il Papa, accennando alle missioni di san Paolo, alle antichissime tradizioni mariane e ai primi sette concili, tutti qui celebrati. E aggiungendo subito dopo un elogio della vitalità e un cenno all’importanza del ruolo e della responsabilità sullo scenario internazionale dall’attuale Turchia, oggi in prima linea nell’accoglienza di un numero enorme di profughi che cercano scampo dalla tragedia in atto in Siria e in Iraq.

L’unica via — ha ripetuto Francesco incontrando le autorità turche — è quella del dialogo, che prenda coscienza anche delle differenze per costruire la pace. E questa non può prescindere dal generale rispetto della dignità di ogni essere umano, e dunque di una libertà religiosa e di una libertà di espressione. «Per quanto tempo dovrà soffrire ancora il Medio Oriente a causa della mancanza di pace?» si è chiesto con angoscia il Papa che ha di nuovo con forza condannato il fondamentalismo e il terrorismo che stanno insanguinando la regione, con la persecuzione spietata e feroce delle minoranze religiose, in particolare dei cristiani e degli yazidi.

E la tragica situazione dei perseguitati è tornata nell’incontro con le autorità religiose nella Presidenza degli Affari religiosi, il Diyanet, dove già nel 2006 Benedetto XVI aveva confermato il desiderio di amicizia e collaborazione con l’islam per respingere le strumentalizzazioni delle fedi. Come capi religiosi «abbiamo l’obbligo di denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani» ha ripetuto Francesco, che ancora una volta ha condannato con nettezza «la violenza che cerca una giustificazione religiosa».

Ma la condanna non basta e occorre adoperarsi per allontanare l’intolleranza e l’odio che si celano dietro pretesti religiosi. In questo musulmani e cristiani possono molto, ha sottolineato il Papa ricordando — in linea con la dichiarazione conciliare Nostra aetate — gli elementi comuni tra le due religioni, «pur vissuti secondo le proprie tradizioni». Per invertire una rotta che, disprezzando l’uomo, porta la morte e offende Dio.

g.m.v.

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18 marzo 2019

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