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Dialogo
dei ragazzi morti

· Nel libro di Francesca Caminoli ·

Il rapporto tra vivi e defunti ha una declinazione inedita nel romanzo Dialogo dei ragazzi morti (Milano, Jaca Book, 2018, pagine 96, euro 15), l’ultimo particolarissimo libro di Francesca Caminoli, giornalista che da decenni racconta situazioni di povertà, disagio culturale e oppressione politica.

Scritto insieme a Guido Veronesi, il romanzo è il dialogo tra sei ragazzi e una ragazza, indicati non con un nome proprio ma con un numero cardinale, che si ritrovano in un altrove idilliaco sulle rive di un lago. Amici nella vita come in questa nuova dimensione, hanno alle spalle storie che ritornano, fatte di solidarietà, arte, desideri e inquietudini simili. Quando i ragazzi-fantasma decidono di uscire dal loro “settore” celeste per andare a scoprire gli altri settori (l’aldilà è immaginato come un insieme di parti distinte, abitate da gruppi omogenei di defunti), lo fanno con un’idea precisa: vogliono coinvolgere i morti ad aiutare quanti sono ancora sulla terra ridando loro quella voglia di vivere che pare scomparsa.

Inizia così il viaggio che condurrà i sette giovani a incontri molto diversi, in cielo e in terra. Altre persone-fantasma (donne, bambini, anziani, adolescenti, migranti è festa grande quando le anime si riincontrano: «Ognuno ha qualcuno da abbracciare»), e tanti abitanti del mondo terreno tra emarginazione e sofferenza, miseria e trasgressione, amore e violenza.

Fortissimo è il legame che i sette nutrono verso chi è ancora sulla terra. «Abbiamo lasciato ai nostri fratelli e alle nostre sorelle un grande dolore e anche una grande responsabilità. Ma proprio partendo da questo dolore e da questa responsabilità, forse loro potranno migliorare la propria vita, perché dovranno vivere anche per noi».

Il romanzo ha una genesi particolare. Nel 2010 infatti Caminoli ha pubblicato (sempre con Jaca Book) Viaggio in Requiem, in cui raccontava il percorso compiuto in Puglia sulle tracce del figlio Guido, pittore, suicida a 26 anni. Un’incursione nel privato più doloroso, compiuta con l’esplicita intenzione di condividere una vicenda intima che potesse farsi insegnamento per tutti. «Ci volle del tempo — ha raccontato Caminoli — per decidere di rendere pubblica una storia così lacerante e intima. E del tempo ci è voluto anche per Dialogo dei ragazzi morti», di cui il figlio defunto è coautore.

Tra le cose di Guido, infatti, la madre ha trovato sette brevi racconti. Un giorno ha una folgorazione: sette racconti come i sette amici, tra cui suo figlio appunto, che in vita avevano occupato con altri ragazzi una fabbrica abbandonata, tutti e sette deceduti (per morte volontaria o incidenti) nel giro di pochi anni. «Li immaginai riuniti in un altrove perfetto ma un po’ noioso, desiderosi di cambiare le cose, cercare altri luoghi, altre persone». Il passaggio tra settore e settore è intervallato da un racconto di Guido Veronesi, attorno al quale Caminoli costruisce molte altre storie. Se i vivi hanno bisogno del contatto con i loro morti e i morti di quello con i vivi, in queste pagine la relazione riesce a farsi poetica e fantasiosa al contempo. Come se la narrazione si muovesse tra un canto di fantascienza.

«Siamo così vicini a volte», dice Uno a Cinque, «che mi dimentico che noi siamo altrove». «Anche per loro è così», dice Cinque, «ci sentono così vicini a volte, che si dimenticano che noi siamo altrove». Per vivere in cielo serve il ricordo di chi è in terra perché è quando il ricordo svanisce che si muore davvero.

Riusciranno i sette amici nel loro progetto di aiutare chi è rimasto sulla terra? Il libro si chiude con il pianeta che si risveglia, dopo un’incursione celeste a suon di bombolette spray. «La mattina gli operai che vanno in fabbrica, gli impiegati che corrono nei loro uffici, gli studenti che si incamminano verso scuola, le casalinghe che escono a fare la spesa sorridono davanti alle migliaia di arcobaleni che rallegrano le pareti, i muri, i treni, i vagoni della metropolitana delle città del mondo». Probabilmente i sette amici ci sono riusciti. Anzi, sicuramente sì.

di Giulia Galeotti

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23 maggio 2019

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