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Dialogo
con la natura

· L’ultima silloge poetica di Claudio Damiani ·

Endimione è un giovane pastore di straordinaria bellezza, che dorme a occhi aperti nella grotta del monte Latmo, dove gli dei lo hanno deposto: sogna la sua amata, Selene, la splendida e argentea Luna, che ne ricambia l’amore e ogni notte scende a vegliare il suo sonno. Endimione (Interno Poesia, 2019, pagine 62, euro 10) è il titolo dell’ultima silloge poetica di Claudio Damiani: una sorta di dialogo amoroso notturno, irrazionale, a distanza, tra il pastore e la Luna.

Cima da Conegliano, «Endimione dormiente», (1505-1510)

Seppure il tono si allontani dal “razionalismo” del precedente Cieli celesti (Fazi, 2016), anche i temi di questo libro sono tra quelli cari a Damiani: la natura, l’amore, la realtà delle cose, il loro esistere e il loro entrare in dialogo come degli esseri vivi, con il proprio modo di pensare, di esistere: con la loro “personalità” sviluppata e descritta a tutto tondo.

Endimione, sdraiato a terra, osserva il cielo e sente parlargli una voce da dietro le nuvole, una voce umana che lo mette in contatto con un mondo ignoto, pur salutando il pastore in modo del tutto semplice e naturale: «Tanta era la meraviglia / che fosse così naturale / che tutta la mia concentrazione /era nella meraviglia /e nel fatto che mi sembrava incredibile / che questa voce così naturale / di là dalle nuvole, / questa presenza così vera, e vicina / io non l’avessi mai sentita, prima d’ora, / e come era possibile, mi chiedevo, / se era così vera, così naturale, / come era possibile / che non l’avevo mai sentita?».

Endimione scruta il cielo, cercando risposte: ha una domanda che gli brucia dentro, una domanda di senso, una domanda che ha a che fare con l’impossibile accettazione della caducità della vita. Alla finitezza gli è impossibile rassegnarsi e, anziché rivolgersi ai libri dei sapienti, guarda alla natura. Per giorni e giorni ha contemplato il cielo, eppure solo in quel momento è stato in grado di percepire qualcosa che trascende se stesso e la sua finitezza: e questo qualcosa è giunto a lui in modo inaspettato e naturale «dallo sprofondo del cielo», dal «baratro impressionante», come a voler aprire «una porticina», come a voler indicare una possibilità di vita ulteriore che esiste, è già qua, ma è difficile afferrare con i sensi. Endimione si arrovella nella domanda, ma forse vive già nella risposta.

Il tema della morte, della caducità ricorre ossessivo nella poesia di Damiani: in questa raccolta la fiducia nella percezione di un’altra dimensione si fa più evidente, l’interrogativo ricorrente del «Che ci sto a fare io qui’?» inizia a essere scandito da un’alternanza di momenti di pessimismo e spiragli di luce e possibilità.

Se l’essere umano, arroccato nel non-senso, assalito da «dubbi atroci» e «sogni incomprensibili», è letto come un «eroe pluridecorato» che deve «vivere tutti i giorni e anche il giorno della fine» come un «soldato fatto prigioniero» e «condannato alla fucilazione», il cui unico riscatto sta nel gridare dinanzi al plotone di esecuzione «Viva la Patria!», in altri versi l’attraversamento della vita terrestre cede il posto a una calma, a una pazienza (intesa come un patire, un sopportare), in analogia con la saggezza intrinseca del mondo vegetale. Quando tutto sembra perduto e l’angoscia aver preso il sopravvento «Ci sediamo sotto questo albero / allora respiriamo piano, / la mano avviciniamo ai tronchi / sfioriamo con le dita le foglie, / dell’albero sentiamo la vita laboriosa / eppure quieta, che sa prendere il buono / dalla terra, e sopporta gli insulti del tempo, / non che l’albero non abbia preoccupazioni, / ne ha, però accetta con pazienza / rimanendo fermo, non allontanandosi dal posto, / prendendo quello che trova, che c’è, / e provando a trasformare in bene / anche i mali».

La compostezza e l’accettazione dell’albero, lontano dall’ansia e dall’angoscia che sembra a volte totalizzare l’essere umano, rappresentano non solo lo stare al mondo alternativo dei vegetali, ma incanalano la tensione del poeta verso la speranza in un’appartenenza a un destino cosmico proprio di tutto il Creato, in una risposta non afferrata razionalmente, ma balbettata, comunque intuita. Una risposta in cui possa dimorare fin da subito, dando fiducia a una percezione in atto, a un presagio di bene, a una fede, che necessita di acqua e aria per rafforzarsi e infine sbocciare.

di Elena Buia Rutt

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23 ottobre 2019

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