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Dialogo ancora possibile

· Arte contemporanea in chiesa ·

«Giusto a fianco dell’immane e sublime scheletro di un’acciaieria abbandonata, si erge maestosa la chiesa. Descriverla, non si può. Ma vale la visita perché mette a fuoco uno dei misteri delle Indias. Lo riassumerei così: quale tragedia immane ha portato coloro che hanno voluto la cattedrale di Chartres, la Cappella Sistina, le Madonne del Bellini e i crocefissi di Cimabue a volere quella cosa lì?». Stavolta il j’accuse viene da un insospettabile, Alessandro Baricco. Quale luce si è spenta, continua lo scrittore piemontese in uno dei suoi più bei reportage sulle periferie, pubblicato su «Vanity Fair» del 4 novembre scorso, «quale organo si è atrofizzato, quale anima se n’è volata via? Che dio è morto, se il loro sta bene in quella casa?». Una domanda vasta, profonda, argomentata, accorata, che il libro di padre Andrea Dall’Asta — Eclissi. Oltre il divorzio tra arte e Chiesa (Cinisello Balsamo, San Paolo, 2016, pagine 139, euro 16) non censura ma amplifica, evidenziandone la drammaticità e l’urgenza.

Mimmo Paladino,  «Senza titolo» (2012) installazione nella Cappella delle ballerine della chiesa di San Fedele a Milano

Il volume, infatti, è composto sostanzialmente di interrogativi in cerca di una risposta e di inviti a non accontentarsi di soluzioni parziali, frettolose, superficiali, accostando a qualche esempio positivo tante perplessità su molte opere già esistenti.

Quando consideriamo gli interventi contemporanei nelle nostre chiese, scrive Dall’Asta, restiamo troppo spesso costernati nel trovarci di fronte a rappresentazioni “di plastica”, a pallide ombre. Torna in mente una frase, severa ma profetica, di Marc Chagall: «L’arte del ventesimo secolo, tranne poche eccezioni — scrive nelle sue Memorie parlando della debolezza creativa del secolo breve, ma anche prefigurando la crisi tutt’ora in corso — non è arrivata alla forza, all’estasi di preghiera espresse nelle sculture dei popoli antichi. E non può affatto reggere il confronto con loro».

Troppe volte manca l’“estasi”, l’intensità, l’autenticità della preghiera, quell’energia invisibile che infonde carne e sangue alle opere d’arte. Osservando molte immagini dell’arte liturgica contemporanea, scrive l’autore, riscontriamo forme sin troppo viste, troppo stancamente ripetute. Tutto è già stato troppo detto. Come se non ci fosse più alcuna soglia da attraversare, alcun “oltre” verso il quale dirigersi, in un mondo popolato da «caricature di una spiritualità edulcorata e sentimentale che non mette in gioco nessuno». È come se l’uomo di oggi, scrive l’autore citando Romano Guardini, avesse smarrito la sua identità religiosa più profonda, il suo essere homo simbolicus.

Ma un dialogo fruttuoso fra passato e presente è ancora possibile. Tra gli esempi di questo circolo virtuoso di forme e contenuti Dall’Asta cita la chiesa di San Fedele a Milano. In particolare, l’intervento di Mimmo Paladino nella Cappella della Madonna Torriani, oggi chiamata Cappella delle ballerine, in quanto le danzatrici del Teatro della Scala, nel secondo dopoguerra, portavano un fiore la sera del debutto, in omaggio alla Madonna. La cappella, progettata alla fine dell’Ottocento, conserva infatti l’affresco della Madonna dei Torriani, risalente agli inizi del xiv secolo, o Madonna del latte, iconografia molto diffusa in Italia in epoca medievale. Gli antichi ex voto sono andati perduti dopo l’ultimo conflitto mondiale, e si è voluto ricordare la loro presenza con un’installazione di un artista che ama lasciarsi ispirare da questi oggetti nati dalla fede popolare, testimonianze concrete del passaggio della Grazia nella vita dell’uomo.

L’opera di Paladino è costituita da una serie di scarpette in bronzo argentato di vario formato. Riconosciamo immediatamente che si tratta di “per grazia ricevuta”, di oggetti votivi. Attraverso le piccole scarpe Paladino riprende infatti le forme tipiche degli ex-voto, che spesso alludevano alla guarigione di un arto, in riferimento a un modo mitico-simbolico che affonda le proprie radici alle origini della storia umana. L’installazione, nota Dall’Asta, evoca in questo modo frammenti di storie vissute e insieme ci immerge in un mondo popolare arcaico. «Le piccole scarpe appaiono costellare uno spazio che si configura come quello della vita. E le scarpe sono disposte come se si arrampicassero verso l’alto, come a segnare un desiderio di risalita». Una luce dall’alto le investe, in senso letterale e spirituale insieme.

di Silvia Guidi

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21 marzo 2019

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