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Diaconi in corsia

· Adrienne von Speyr e la professione medica ·

Adrienne von Speyr e la sorella Helen

Siamo abituati a sentire parlare di Adrienne von Speyr soprattutto come mistica e teologa, ma spesso dimentichiamo di guardarla prendendo in considerazione la sua professione medica. Non si può capire Adrienne senza il suo rapporto con il mondo della malattia non solo perché lei stessa in diversi momenti della sua vita conosce la sofferenza e la fragilità legate alla malattia, ma anche e soprattutto perché la sua vita è profondamente legata alla sofferenza umana.

Nella sua autobiografia era emersa una grande sensibilità per la persona del malato e la presa di coscienza dell’ambiente ospedaliero che presenta tanti aspetti disumanizzanti. Questa attenzione si ritrova nel libro Medico e paziente: presentando alcuni frammenti del testo possiamo rilevare le grande intuizioni di Adrienne sull’approccio al malato e la sua comprensione della professione medica.

Al principiante che inizia gli studi di medicina Adrienne raccomanda di entrare in un spirito di impegno che coinvolge tutta la sua persona, e di non aspettare la conclusione dell’iter formativo per entrare solo alla fine in un sguardo che sia capace di vedere la persona del malato. Non aspettare, insomma, la pràxis di medico per essere il medico che si vuol essere. Coinvolgere tutta la propria vita significa anche entrare nello studio da cristiano, per svolgere la sua pràxis medica da medico cristiano.

Adrienne insiste sulla virtù dell’umiltà di fronte alla scienza medica che richiede studio, umiltà che deve esistere anche nella comunità accademica. Nota che lo studente rischia di entrare in un mondo clinico dove manca un’atmosfera umana. Adrienne in un certo senso descrive la sua stessa esperienza quando parla del desiderio di superare questa spersonalizzazione. Invita in continuazione i colleghi a praticare una medicina più umana.

È notevole la descrizione della spersonalizzazione del paziente che fa Adrienne. Il paziente che arriva in un ospedale se non viene ridotto subito a numero, comunque diventa sempre un caso da trattare secondo le specificità della sua patologia particolare. Adrienne descrive anche la spersonalizzazione che inizia quando il paziente perde la sua «immunità corporea», che comporta anche una perdita di dignità. Adrienne sottolinea la doppia attitudine che può essere vissuta nella relazione medico-paziente: io-lui, io-tu. Quest’ultima relazione richiede da parte del medico un coinvolgimento del proprio sé. Adrienne parla della contemplazione del tu.

Solo quando la relazione medico-paziente raggiunge questo doppio atteggiamento, nasce ciò che Adrienne chiama la «seconda azione». Si tratta dell’esperienza del medico con la persona nella sua malattia, e non più solo con la malattia. Adrienne sottolinea che ne va dell’interesse del paziente stesso, che il medico non si limiti a qualche sintomo, ma che veda il paziente nella sua totalità, da incontrare come essere umano. Insiste sulla solidarietà che deve nascere tra medico e paziente. Il paziente che vive la sua malattia come un unicum sarà deluso da un medico che vive la sua malattia in modo estrinseco. La solidarietà porterà il medico a non lasciare da solo il malato con la domanda del senso della sofferenza, della sua sofferenza. Si tratta, secondo Adrienne, di una solidarietà che si estende perfino oltre la morte.

La solidarietà fa parte dell’ethos della responsabilità del medico, che anche un medico non credente deve assumere. La relazione io-lui e io-tu attraversa anche la questione della verità. Esiste una discrepanza tra la verità oggettiva e la verità soggettiva, che nel caso del paziente è la più importante. Adrienne si pone anche la domanda sulla verità più profonda dell’esistenza personale che ha delle ripercussioni sulla salute. Si tratta della questione del senso ultimo, della verità di Dio. Della verità di Dio che si è fatto uomo, vicino all’uomo, e amore, che ha influenza sull’uomo. Adrienne si riferisce agli ospedali cristiani dove le suore con la loro presenza piena di amore creano un’atmosfera affettivamente accogliente per il malato.

Ogni verità è partecipazione, è partecipare alla vita di Dio, è la più grande verità. E riconoscerla significa diventare responsabile per questa verità nell’amore verso il prossimo che è il malato.

La personalità di Adrienne traspare già attraverso il suo sguardo sulla sua dimensione medica. Non fu solo una teologa o una mistica, ma un dottore. Voleva servire Dio nel servizio medico del prossimo. Certo, la sua conversione al cattolicesimo cambierà il suo essere cristiano e il suo modo di vivere la sua apertura a Dio realizzando nel suo lavoro di medico questa sintesi tra contemplazione e azione, tra professione medica e desiderio di servire totalmente il Creatore.

La nuova vita da cattolica si accompagna anche a una profonda partecipazione alla sofferenza attraverso la sua stessa infermità che la condizionerà nell’esercizio della sua professione, che sarà costretta ad abbandonare nel 1954 e dedicarsi alla scrittura. Non si può presentare e comprendere Adrienne senza questa prospettiva medica, che forse troppo frettolosamente viene data per conosciuta. Ci fermiamo, almeno nel mondo ecclesiale, alla sua dimensione mistica o ai sui testi teologici.

Più che mai, per evitare distorsioni di lettura e rendere servizio alla missione di Adrienne nel mondo contemporaneo, dobbiamo includere la sua personalità medica. Il suo “essere a disposizione” si capisce anche dalla sua visione del medico, e del modo in cui lei stessa ha vissuto la sua professione fino alla fine, essendo a disposizione degli altri con la sua persona, la sua professionalità, la sua compassione, la sua preghiera, la sua carità verso i poveri, essendo lei stessa interamente a disposizione di Dio.

Adrienne von Speyr invita il suo mondo a optare per una medicina alla scuola delle beatitudini. Attraverso i suoi scritti, ci ha rivelato l’importanza di un cuore umile per un medico. Umiltà di fronte a Dio, umiltà di fronte alla scienza, umiltà di fronte alla sua propria fragilità, chiamata a essere in un stato di confessione.

Oggi, come dice Salvino Leone, corriamo il rischio di una vera e propria “iatocrazia” intesa non solo come l’esercizio di un potere medico, ma come «l’orgogliosa autosufficienza della tecnologia medica incurante dei valori etici della persona». Esiste il rischio che la medicina contemporanea, in un delirio di onnipotenza sulla vita e sulla morte, dimentichi che non dà e non darà mai la vita. Adrienne ne è consapevole come rivela la sua autobiografia e il suo libro sul medico e il paziente. La vita è dono di Dio. Adrienne aiuta a concepire la medicina come diaconia medica, che partecipa al potere di vita di cui Dio fa partecipe l’uomo.

Adrienne aiuta a ritrovare la povertà di spirito da parte del sapere medico. Esiste oggi un’attenzione più grande all’interdisciplinarità nel mondo della medicina tenendo conto di un approccio olistico alla malattia e dunque alla guarigione. Interdisciplinarità che apre alla dimensione spirituale e religiosa dell’essere umano.

L’originalità di Adrienne consiste nel guarire la persona conducendola alla radice di ogni male, il peccato, la sua relazione a Dio rivelato in Cristo. In questo consiste proprio la «seconda azione» del medico chiamata così da Adrienne per designare una azione medica che non si ferma solo alla malattia, ma che ci inserisce in una visione della medicina che deve allargare il suo orizzonte e non chiudersi in una concezione riduttiva della malattia. L’interdipendenza descritta da Adrienne tra l’io-lui e io-tu è particolarmente illuminante. La povertà di spirito che porta il medico a riconoscere i suoi limiti lo mette anche nella disposizione giusta per accogliere la grazia di Dio e così acquisire uno sguardo più puro nell’incontrare il paziente con la sua malattia.

Ma lo spirito delle beatitudini si ritrova anche nel suo modo di concepire l’esercizio della medicina non come una semplice professione ma come una vocazione, chiamata a vivere la sua vita con il paziente lasciandosi guidare dal cuore misericordioso, sensibile all’amore del prossimo.

Ricordiamo che la suora Heidi aiuta Adrienne a capire la prassi medica come servizio d’amore e non più solo come un atto tecnico. Questa dimensione d’amore la porta a vivere in profonda comunione l’incontro con il paziente, in una vera “misericordia”, cioè come il termine ebraico rahamim lo fa capire.

di André Marie Jérumanis

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14 dicembre 2018

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