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Di fronte all’umanità sofferente

· L’arcivescovo prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli ha chiuso a San Fele le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della morte di Giustino de Jacobis, testimone del Vangelo in Etiopia tra il 1839 e il 1860 ·

Proprio quella terra tanto amata dal santo vescovo di Nilopolis attende oggi gesti di solidarietà per sfuggire a una tragica fine

Il 31 luglio a San Fele (Potenza) — città natale di Giustino de Jacobis, missionario lazzarista ed evangelizzatore dell’Etiopia — l’arcivescovo prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli ha celebrato la messa conclusiva delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della morte del santo vescovo (il 31 luglio 1860 a Zula in Eritrea). Pubblichiamo quasi integralmente il testo dell’omelia.

«Sentì compassione per loro e guarì i loro malati» ( Matteo , 14, 15). Gesù dà inizio a una serie di guarigioni che sembrano non finire mai. Sfila davanti a lui tutta l’umanità sofferente. Tante persone inferme vengono rimesse in piedi. Un’azione incredibile e ininterrotta, anche se Gesù sa bene che il prodigio che è venuto a operare dovrà entrare in profondità. Il cuore dell’uomo sarà il centro della sua missione. È disceso sulla terra, infatti, per rivelare il volto misericordioso del Padre che «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» ( 1 Timoteo , 2, 4).

Ho accolto con gioia l’invito a presiedere questa Eucaristia che conclude il ciclo di celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario della nascita al Cielo di san Giustino de Jacobis, evangelizzatore dell’Etiopia, oltre che apostolo del nostro popolo. Questa terra è stata fecondata dalla sua eroica testimonianza di vita. Era giusto, quindi, commemorarne l’esemplare figura di missionario che, come il servo di Dio, Papa Paolo VI ebbe a dire il 26 ottobre 1975, in occasione della sua canonizzazione, «ha un solo torto, quello di essere troppo poco conosciuto».

Nasce a San Fele il 9 ottobre 1800. Si sposta con la famiglia a Napoli e, in seguito, in Puglia dove prosegue gli studi teologici. Ordinato sacerdote nella cattedrale di Brindisi, come religioso lazzarista, dopo dodici anni di ministero in quella regione, torna a Napoli per assistere i malati di colera. A seguito di un appello lanciato da Propaganda Fide al suo istituto religioso, a 38 anni padre Giustino parte per il nord dell’Etiopia.

Impara ad amare il popolo Abissino, la sua cultura e le sue tradizioni. Dedica tutto se stesso allo studio del ghe’ez , la lingua liturgica indispensabile per comprendere i testi sacri dell’antica tradizione teologica etiopica. A dieci anni dal suo arrivo in Etiopia, diventa vicario apostolico dell’Abissinia, ed è ordinato vescovo dal cardinale Guglielmo Massaia.

Oltre a realizzare un seminario per il clero indigeno, dà vita a tante stazioni missionarie. All’evangelizzazione delle città preferisce quella delle aree più rurali e depresse del Paese, popolate dai più poveri e più umili.

Sceglie uno stile di vita missionaria itinerante, modalità alla quale rimane fedele fino alla morte, mantenendo una metodologia missionaria di basso profilo. Con una piccola tenda va in giro per i villaggi. Si sposta a piedi aiutandosi con un bastone. Trova riparo nelle grotte, dormendo con i pastori e il loro bestiame. Subisce prove di ogni tipo, compresi cinque anni di esilio, a seguito della persecuzione del negus Teodoro ii.

Uomo mite e generoso, si spende nell’apostolato e nella formazione del clero locale. Patisce la fame, la sete, e subisce pure il carcere. Muore a Zula, in Eritrea, il 31 luglio 1860. Lì le sue spoglie sono conservate e venerate.

La singolare figura di san Giustino illumina una domenica che la liturgia dedica al tema del pane, preludio dell’Eucaristia, «il pane vivo disceso dal cielo» ( Giovanni , 6, 51).

L’evangelista Matteo lascia intendere quanto straordinario fosse l’intuito della gente, capace di rincorrere quasi pedinandolo quel giovane messia di Nazaret. Uomini e donne lasciano le occupazioni quotidiane per correre dietro a lui. Conquistati dalle sue parole, essi lo seguono dappertutto. Lo precedono perfino oltre il lago, il luogo che doveva rimanere «segreto». Gesù aveva necessità di un po’ di riposo, ma l’amore vince. Condividere gli affanni e le preoccupazioni della folla, ascoltarne le pene è parte della sollecitudine del pastore.

Eccolo, dunque, ancora pronto ad alleviare il pesante fardello dell’umanità sofferente. La debolezza altrui, usata da alcuni per discriminare o asservire, è per lui opportunità di grazia.

È difficile che si cerchi Gesù per Gesù, ossia per quella missione che il Padre gli ha affidato. Talvolta lo si rincorre per ragioni altre: un incitamento, un favore, una guarigione. La gente è talmente ubriaca di meraviglia per i prodigi operati da lui che non si accorge che cala la sera. Il buio coglie tutti impreparati e pone il problema del cibo, tanto più che il luogo è isolato. Di fronte al pressante invito degli apostoli a congedare la folla, Gesù dirà: «Date loro voi stessi da mangiare» (v. 16).

Gesù ha in mente un segno eclatante che, tuttavia, non vuole gestire da solo. Chiede collaborazione e gli viene offerto il contributo di cinque pani d’orzo e di due pesci. Il poco diventa occasione di sazietà se vissuto come dono: si trasforma, invece, in miseria se trattenuto per la propria ingordigia. Dio ha bisogno di noi per moltiplicare la sua presenza di amore.

La moltiplicazione dei pani e dei pesci è anticipazione dell’Eucaristia, un alimento vero, non metaforico: «La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda» ( Giovanni , 6, 55) (cfr. Ecclesia de Eucharistia , 16). Con soli cinque pani e due pesci vengono sfamati più di cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini, dunque una folla di sette-ottomila persone. Non erano tutti meritevoli. Tra la folla c’erano persone buone e peccatori, discepoli e curiosi, amici e oppositori. Gesù non fa discriminazione. Nel momento della fame per lui sono tutti uguali. Davanti a Gesù non c’è un conto da pagare, né alcun merito da vantare. Un’abbondante cena di pesce con del buon pane gratis. La fame è un argomento sufficiente perché egli compia il miracolo.

L’indigenza continua a bussare alle porte della storia. Ce lo va ripetendo in queste settimane il Santo Padre Benedetto XVI, ricordando che quasi dodici milioni di Africani rischiano di morire per la carestia e la siccità che ha colpito il Corno d’Africa. Proprio quella terra amata da san Giustino de Jacobis alla quale si legò per sempre. Un popolo immenso lì attende gesti di solidarietà o una tragica fine. Perché tutti possano sedersi alla mensa del Pianeta occorre che i figli di un mondo spesso sprecone condividano le proprie risorse con coloro che vivono l’umiliazione della denutrizione.

«Date voi stessi da mangiare» è un ordine preciso di Gesù. Laddove, poi, il benessere di alcuni viene costruito sull’impoverimento di altri c’è pure un dovere di restituzione. Ma la moltiplicazione dei pani e dei pesci si proietta su un’altra moltiplicazione di cibo che viene dall’Alto, sull’Eucaristia, cibo per la vita eterna. Ogni volta che noi celebriamo l’Eucarestia avviene il miracolo di Dio che si dà tutto a tutti. Gesù è la risposta piena e duratura alla fame di assoluto che abita il cuore umano. Oggi come ieri moltitudini di creature cercano Gesù, hanno fame di lui che prova compassione, ma chiede collaborazione. Ha bisogno di discepoli pronti a partire per dividere il pane della vita eterna.

«Tutti mangiarono e furono saziati; e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati» (v. 20). Le più antiche raffigurazioni dell’Eucaristia mostrano un canestro con cinque pani e, ai lati, due pesci. Anche ciò che stiamo facendo in questo momento è una moltiplicazione dei pani: il pane della Parola e il pane dell’Eucaristia. A noi venuti a celebrare i santi misteri è affidato poi anche il compito: di «raccogliere i pezzi avanzati», di far giungere la Parola anche a chi non ha partecipato al banchetto. Cari amici, a ognuno di noi è affidato il compito di farci ripetitori e testimoni del messaggio avuto in dono.

Questi pensieri li aveva ben capiti san Giustino de Jacobis che mediante strumenti semplici aveva saputo fare spazio all’opera di Dio tra la propria gente. A centocinquant’anni anni dalla morte la sua memoria è viva in Etiopia e in Eritrea.

Dopo san Frumenzio, chiamato «il rivelatore della Luce», i cattolici Eritrei ed Etiopici considerano san Giustino il loro nuovo padre nella fede perché, attraverso un’instancabile attività, ha fatto rivivere la Chiesa cattolica nella loro terra. Affidiamo a Dio, in questa stagione di fatica, le difficoltà della Chiesa missionaria particolarmente in Africa e le inevitabili prove di questa Chiesa diocesana. Il Signore Gesù ci doni zelo apostolico, lungimiranza di fede e carità operosa.

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