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​Di fronte alla sfida
del terrore

Con gli attacchi jihadisti a Parigi, il cuore dell’Europa è tornato a essere, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, un campo di battaglia. Il rischio, ora, è che questa nuova escalation del terrore provochi un passo indietro delle democrazie, un cedimento a chi ne vuole distruggere i valori essenziali.

Il massacro è frutto di un disegno preciso. Alla metà di ottobre Ayman Al Zawahiri, successore di Osama bin Laden al vertice di Al Qaeda, si era rivolto in un messaggio audio allo Stato islamico (Is) proponendo «l’urgente unione dei jihadisti» per lanciare un massiccio attacco contro «occidente, Russia, hezbollah e alawiti». Ora ne abbiamo la certezza: l’appello è stato raccolto. L’ordigno che ha seminato morte ad Ankara, il disastro aereo nel Sinai e la bomba che giovedì ha dilaniato il cuore di Beirut ne sono la tragica conferma. E questo proprio nel momento in cui l’avanzata dei jihadisti in Siria e in Iraq conosce la prima vera battuta di arresto: i peshmerga curdi supportati dai raid della coalizione a guida statunitense sono riusciti a riconquistare Sinjar, la città simbolo dei massacri della minoranza degli yazidi, mentre le truppe di Assad hanno ripreso il controllo dell’area di Aleppo. Ogni giorno decine di raid russi martellano le zone del nord siriano ancora nelle mani degli uomini di Al Baghdadi. E meno di 48 ore fa è stata diffusa la notizia dell’uccisione del famigerato “Jihadi John”, il “boia” dell’Is, colpito da un drone americano. Di fronte a questi fallimenti, i jihadisti hanno risposto scatenando il terrore in Europa.

Proprio oggi, a Vienna, si sono riuniti i capi delle diplomazie dei Paesi coinvolti nella crisi siriana per arrivare a una strategia comune. Strategia che non potrà non tenere conto di altri due scenari-chiave: quello libico, dove le violenze tra milizie rivali non conoscono tregua e il dialogo sulla proposta di pace delle Nazioni Unite si è arenato; e quello israelo-palestinese, dove Hamas ha lanciato una nuova ondata di attacchi dopo gli scontri, a settembre, nell’area della moschea di Al Aqsa, uno dei luoghi più sacri dell’islam. La crisi siriana è figlia di queste due situazioni che ancora restano irrisolte, simboli del fallimento della politica che da oltre un secolo l’occidente porta avanti in Medio e Vicino oriente e in Africa settentrionale.

Certo, la Francia è stata colpita per il suo impegno in Siria. Ma dietro gli attacchi di Parigi c’è anche un’altra amara realtà: non si cancella la minaccia del terrorismo soltanto con le marce, gli appelli e le dichiarazioni. Dopo la strage di «Charlie Hebdo», la Francia ebbe un moto di orgoglio e tutto l’occidente si strinse attorno a Parigi in una grande manifestazione. Poi l’attenzione mediatica è scemata, i segnali di allerta sono stati sottovalutati: era stato colpito un simbolo, un giornale, non la gente comune, non lo stile della vita quotidiana. Ieri sera la strategia è cambiata.

La realtà è che, drammaticamente, il terrorismo islamico sfrutta quegli stessi elementi fondamentali che compongono il Dna della democrazia occidentale: la libertà di espressione (e quindi i media) e la libertà di movimento (e quindi l’immigrazione). Attraverso questi strumenti il terrore s’infiltra nelle pieghe della società aperta con l’unico obiettivo di seminare la paura e di condizionare i comportamenti.

Impossibile sconfiggere un nemico così, se prima l’occidente non avrà ripensato in profondità se stesso e la sua storia. Un ripensamento che allontani la tentazione della chiusura delle frontiere e il rifiuto dell’altro per ripartire dall’accoglienza e dalla solidarietà, valori fondamentali dell’identità europea.

di Luca M. Possati

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18 agosto 2019

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