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Di fronte alla dura prova

· Riflessioni su «Ubicumque et semper» ·

«Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» ( Marco , 6, 34). Un’intensa partecipazione allo struggimento di Gesù traspare dal motu proprio Ubicumque et semper , quando il Papa, citando Giovanni Paolo II, considera la situazione di «interi Paesi e Nazioni ora messi a dura prova e talvolta perfino radicalmente trasformati dal continuo diffondersi dell’indifferentismo, del secolarismo e dell’ateismo».

La Chiesa, infatti, ogni giorno mendica dal Signore Gesù il suo sguardo sul mondo. Quello che, nel Canone romano, a conclusione del momento più importante della celebrazione eucaristica, ci fa pregare con queste parole: «Per Cristo nostro Signore tu, o Dio, crei e santifichi sempre, fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene». Questo sguardo di autentica com-passione non solo mette i cristiani al riparo dalla tentazione, sempre incombente, di pensarsi separati dal «fratello uomo», ma al contrario li spinge a cercare ogni strada percorribile per condividere l’umana condizione.

Oggi in particolare tutti i battezzati sono chiamati dal Papa a riconoscere e ad affrontare l’inedito frangente in cui Nazioni e popoli di antica tradizione cristiana sono immersi. Possiamo descriverne in estrema sintesi i contorni? L’espressione «dura prova» a cui sia Giovanni Paolo II sia Benedetto XVI hanno fatto ricorso per delineare la situazione attuale è molto eloquente. L’occidente, che un tempo si poteva dire cristiano, si trova oggi a fare i conti con quello che Henri de Lubac chiamò «il dramma dell’umanesimo ateo». Queste parole ci aiutano a diagnosticare il nucleo centrale della dura prova: «Non è vero che l’uomo, come sembra che talvolta si dica, non possa organizzare il mondo terreno senza Dio. È vero, però, che, senza Dio, non può alla fine dei conti che organizzarlo contro l’uomo. L’umanesimo esclusivo è un umanesimo disumano».

L’indifferentismo, il secolarismo e l’ateismo che, in modi e versioni diversi, si sono imposti lungo il XX secolo e fino ai nostri giorni come strade per la liberazione dell’uomo e per il raggiungimento della sua piena statura, si sono rivelati spesso fallaci. E quella che si annunciava come un’aurora piena di promesse, si presenta ora con i tratti di una «dura prova». Lo vediamo nell’incidenza che, almeno in Europa, l’abbandono della fede cristiana ha avuto sulle forme di vita personale — basti pensare a quanto oggi si afferma e si pratica nell’ambito degli affetti e del lavoro — e comunitaria, come mostrano le precarie soluzioni offerte ai problemi più urgenti, per esempio quello della crisi economica, dell’immigrazione e dello sviluppo integrale dei popoli.

Il crudo realismo della diagnosi proposta dai due Pontefici è lontano dal negare il carattere di affascinante anche se contraddittoria adventura proprio dei nostri tempi. Ha come scopo di stimolare i cristiani a non vivere da «uomini impagliati» (Eliot). Davanti alla «prova» il cristiano è sempre chiamato a decidere per una rinnovata sequela sulle orme del suo Signore che con fermezza «camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme» ( Luca , 19, 28) per vivere la sua pasqua di morte e risurrezione.

Innumerevoli testimoni lungo la storia della Chiesa ci hanno documentato la possibilità reale di vivere la prova come occasione privilegiata perché si manifesti la potenza del crocifisso risorto. E l’hanno fatto sostenuti dallo Spirito che ha donato loro fortezza e speranza. Nella bimillenaria avventura del popolo cristiano non c’è stato un solo momento in cui non si sia potuto far conto sulla consolante convinzione di san Paolo ( Filippesi , 1, 6): «Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù».

E così l’iniziativa del Papa di creare il Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, si rivela come una preziosa decisione per condividere la prova degli uomini e delle donne in travaglio entro una società in drammatica transizione. È una testimonianza di «speranza affidabile» ( Spe salvi , n. 1). Poiché Dio si è reso familiare agli uomini, egli è a tutti vicino. Per questo il cuore di ogni uomo, lo sappia o meno, ha sempre nostalgia di Dio e desidera incontrare Colui che — si legge nella Gaudium et spes (n. 22) — «svela pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione».

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16 ottobre 2019

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