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Di fronte al grido di dolore di Siria e Iraq

· A colloquio con Segundo Tejado Muñoz ·

«A oltre sette anni dall’inizio del conflitto in Siria, i bisogni sono ancora enormi. Secondo i dati delle Nazioni Unite, nel paese sono oltre 13 milioni le persone che hanno bisogno urgente di aiuto, e in Iraq sono quasi 9 milioni. Gli sfollati interni sono oltre 8 milioni nei due paesi, mentre i rifugiati siriani registrati dall’Unhcr nei paesi confinanti sono 5,6 milioni. E la maggior parte di questi sono bambini e famiglie»: è questa la drammatica istantanea di una crisi che non conosce soste nonostante scivoli spesso nelle retrovie dell’informazione mondiale. A scattarla è monsignor Segundo Tejado Muñoz, sottosegretario del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, che in questa intervista all’Osservatore Romano anticipa i temi della riunione all’Urbaniana, durante la quale viene presentato il terzo rapporto sul lavoro della rete ecclesiale in quei territori martoriati dalla guerra.

Quali sono gli obiettivi dell’incontro?

Si tratta di un percorso iniziato nel 2013. Anzitutto, vogliamo tornare a porre con forza l’attenzione sulla vita delle persone che sono state colpite dal conflitto e dalla crisi. Il Papa non manca di farne menzione pubblica ogni volta che se ne presenta l’occasione. Non basta l’indignazione, che pure è necessaria, quando infuoca una battaglia o scoppia una bomba. Sappiamo tutti che questa crisi investe da tempo non solo Siria e Iraq, ma tutti i paesi limitrofi, e anche oltre. Secondariamente, in linea con quanto fatto in questi anni, vogliamo far sì che questo appuntamento sia un momento di riflessione e comunione tra le Chiese locali e tutte le istituzioni ecclesiali coinvolte nelle opere di carità e di assistenza, al fine di orientare il lavoro nei prossimi mesi. Ci tengo a sottolineare come le presenze dei partecipanti alla riunione aumentino di anno in anno, segno di un interesse sempre crescente.

Proprio in questi giorni gli occhi di tutti sono puntati nella regione di Idlib.

Papa Francesco ha paventato recentemente il rischio di una catastrofe in quella zona e ha richiamato tutti al rispetto del diritto umanitario internazionale per salvaguardare la vita dei civili. Al di là degli avvenimenti politici, la Chiesa guarda alla tutela della dignità della persona.

In cosa consiste il rapporto che viene presentato dal Dicastero?

Si tratta di una nuova indagine sul lavoro umanitario degli enti ecclesiali operanti nel contesto della crisi. È la terza di questo tipo, frutto, come in passato, del lavoro di un servizio chiamato “Humanitarian Focal Point” condotto dal Dicastero in collaborazione con Caritas Internationalis e altre agenzie. Sono stati raccolti e organizzati dati tra i diversi organismi di carità che operano nell’area siro-irachena, le diocesi e le comunità religiose. L’indagine ha riguardato sette paesi della regione e coinvolto più di ottanta enti ecclesiali.

Può anticipare qualche dato?

Vorrei prima sottolineare un paio di aspetti significativi: anzitutto che tale rapporto costituisce un unicum nel suo genere, perché quantifica in maniera precisa e analitica l’entità dei fondi e dei beneficiari, nonché i settori di intervento in cui la Chiesa è impegnata. Ciò aiuta gli stessi organismi impegnati sul territorio, ognuno dei quali altrimenti avrebbe una visione limitata al proprio ambito di intervento. In secondo luogo quello di quest’anno è anche un bilancio: si tirano le fila delle indagini precedenti e si guarda alle tendenze generali e alle prospettive future. Un dato significativo è senz’altro il fatto che dal 2014 a oggi la Chiesa ha aiutato ogni anno più di quattro milioni di vittime, con centinaia di interventi e progetti per un valore complessivo che supera il miliardo di dollari. Parliamo ovviamente di dati ancora provvisori per il 2018. Viene, inoltre, ribadita la capillarità e la multisettorialità dell’intervento della Chiesa. Mi sta molto a cuore evidenziare che, nonostante le sofferenze subite in questi anni — basti pensare alle violenze del cosiddetto stato islamico — le Chiese in Siria e Iraq continuano ad aiutare tutte le vittime, cristiani e musulmani, senza distinzione. È una testimonianza luminosa di carità cristiana.

Come sarà affrontata la questione dei migranti?

Sul tema quest’anno sarà posto un accento maggiore. A tal proposito, ci fa piacere che abbia accettato di partecipare l’alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati, Filippo Grandi. In particolare affronteremo anche la problematica di quanti hanno già fatto ritorno in Siria o in Iraq. Il caso delle migliaia di cristiani e degli appartenenti alle altre minoranze, che con l’aiuto della Chiesa stanno gradualmente ripopolando la Piana di Ninive da dove erano stati cacciati nel 2014, è uno dei segni di speranza raccolti dal rapporto. Quella dei rientri in patria, nel rispetto dei principi umanitari, è una questione importante anche per i paesi vicini, che continuano a profondere enormi sforzi nell’accoglienza di milioni di sfollati.

Si registra anche un notevole impegno sul fronte dell’emergenza sanitaria.

A tale riguardo segnalo il lavoro di aiuto ai malati bisognosi che la Chiesa compie in Siria attraverso il progetto “Ospedali aperti” in tre nosocomi cattolici a Damasco e Aleppo. Secondo il rapporto, educazione, sanità, supporto psico-sociale, mezzi di sussistenza durevoli e lavoro per le famiglie sono le priorità cui far fronte e su cui discuteremo insieme. L’indagine di quest’anno evidenzia un’evoluzione importante: dalla fase della pura emergenza stiamo passando, nella maggior parte dei casi, a quella di early recovery, ossia iniziamo a pensare alla ricostruzione, sia quella materiale che quella dei cuori e della speranza.

Qual è la situazione delle comunità cristiane in Siria e Iraq?

Sicuramente difficile. Ma a chi mi pone questa domanda sono solito citare i patriarchi cattolici della regione che, nel recente documento I cristiani d’Oriente oggi scrivono: «Molti parlano della nostra estinzione o della riduzione drammatica del numero dei nostri fedeli. Noi continuiamo a credere in Dio, Signore della storia, che veglia su di noi e sulla sua Chiesa in Oriente. Continuiamo a credere nel Cristo risorto e nella sua vittoria sul male. In Oriente resteranno sempre dei cristiani che proclameranno il Vangelo di Gesù Cristo, testimoni della sua risurrezione, anche se rimarremo solo un piccolo gruppo. Resteremo “sale, luce e lievito”».

di Maurizio Fontana

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13 novembre 2018

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