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Di cosa si compone
l’essere umano

· ​Una riflessione su medicina e arte ·

La topologia dell’organismo, ossia la mappa della forma umana nelle sue parti e nelle sue funzioni, è il punto di connessione fra lo specialismo della cosiddetta medicina d’organo e la totalità concreta dell’essere vivente, in quanto singolo essere umano. In quanto tale, però, è anche un fantasma della sconnessione delle parti: la geografia di un volto umano disegnata in riferimento alle terminazioni nervose e alle fasce muscolari non sa più niente del visus in cui un essere umano è presente, con la sua speciale sensibilità e con la sua evidente interiorità. Le divisioni delle tavole di anatomia e la segnatura delle parti utilizzabili per il taglio della carne di vitello presentano una inquietante affinità. 

«Veronica»  (le illustrazioni si riferiscono alla mostra  «L’arte guarisce la medicina - Dieci opere» tenutasi a Graz  da novembre 2017 a marzo 2018)

La provocazione dell’arte mette in azione la parte oscura, e rimossa, della visione clinica della differenza umana, che a buon diritto l’ha istituita come scienza che ha passione e compassione dell’uomo; benché sempre sospinta verso l’oltrepassamento della soglia dell’indifferenza emozionale, che a torto la fa slittare verso la sua pretesa coincidenza con la professionalità clinica.
La medicina deve certamente riferirsi alla totalità dell’organismo vivente per giustificarsi come conoscenza e cura dell’essere umano. La domanda ricorrente è questa: quanto deve essere ampia questa visione globale nella pratica diagnostica e terapeutica, per evitare di far coincidere la totalità dello sguardo analitico rivolto all’organismo vivente con la totale esclusione dello sguardo umano sull’intero del suo essere sensibile?
Esiste, a questo riguardo, un tipico dibattito umanistico senza soluzione scientifica: tutti i clinici sono concordi nell’accogliere la sollecitazione a un approccio olistico della diagnosi e della cura, includendo la necessità di tenere conto della persona nella sua interezza (fisica e mentale, affettiva e relazionale). Di fatto, però, anche a motivo di una certa genericità dei confini di questo orizzonte, che deve in ogni caso rimanere nei limiti della competenza assegnata, la pratica clinica tende a scivolare sempre al di sotto di questa integrazione.
Del resto, a parte l’aspettativa di un rapporto accettabilmente umano tra medico e paziente (di certo non scontato), ognuno di noi si accontenta di una concentrazione competente della medicina sulla cura della “parte” malata (ci sia questo, almeno), assumendola come il modo di approccio della medicina alla cura della “persona”. È la verità parziale della medicina d’organo che, tuttavia, è sempre a un passo dal ridursi a scienza e pratica di una relazione d’oggetto biologico, invece che — per quel tramite — con un soggetto umano.
D’altra parte, un indebito allargamento di questa competenza alla valutazione della persona sarebbe giustamente respinto. Per quanto, secondo una recente e preoccupante tendenza nella gestione politica e sociale della prestazione terapeutica, si incominci ad affermare una visione secondo la quale il venire al mondo e lo stare al mondo devono essere in certo modo “meritati” da standard organici e stili di vita “degni” di cura.
Rimane il fatto che, l’essere umano, in ogni caso, è più che la somma funzionale dei suoi organi (delle sue parti): e questo tutti lo sanno, più o meno bene. Più raramente si riflette sul fatto che l’essere umano è anche meno della somma delle sue parti, nel senso che la sua identità sfugge alla presa della totalità organica perfettamente completa e perfettamente funzionante.
Ebbene, sì, l’essere umano appare extra-territoriale al suo organismo: la sua unità si protende oltre la totalità organica e si sottrae a essa. La oltrepassa, generando una bellezza dell’intero personale inafferrabile per il manuale di anatomia. E si ritrae in se stessa, capace di concentrarsi totalmente in uno sguardo: anche quando le manca la parola, o in una carezza, anche quando le manca lo sguardo.
L’essere umano, nella sua singolarità individuale e nella sua qualità personale non coincide mai con la compiutezza e l’integrità del suo organismo. Né si lascia cancellare totalmente dall’orizzonte dell’evidenza con cui ci incontra, a dispetto della ferita e della menomazione. Di più ancora, proprio in questa eccedenza e in questa sottrazione, rivela di sé cose che mai sarebbero venute alla luce altrimenti. Le rivela sempre in qualche punto del corpo che parla per il tutto, irradia tenerezza, invoca compassione: per l’intero della persona, non semplicemente per una parte del corpo.
Desideri, sogni e bisogni — lo dimostra prepotentemente l’indomabile attrazione contemporanea del mito, della fantascienza, della fiction, del fantasy, che ignora la mediocre razionalità borghese del benessere psico-fisico — abitano regioni dell’umano che non si lasciano civilizzare dall’ottimizzazione dei potenziali e dalla ingegneria della fitness.
Finché è vivente, anche in una condizione che si trovi al di sotto di quella illusoria idealità di compiutezza e integrità, l’individuo umano rimane irriducibilmente umano. E proprio questo fatto è un indice della sua radicale trascendenza rispetto alla completezza delle sue parti e alla integrità dei suoi organi. Un cucciolo dell’uomo, per quanto grave sia la sua mancanza, menomazione, la sua ferita, la sua disabilità, non si trasforma in un cucciolo di coker. E non potrà mai essere considerato o trattato allo stesso modo: neppure quando ci prendiamo cura delle sue parti malate, e neppure quando i suoi organi vitali non sono più in grado di ospitare la sua vita presso di noi.
In certo modo, e in ultima analisi, la medicina sa questo più di ogni altra scienza umana: anche se le sue routines contraddicono disinvoltamente questo sapere. Nel momento stesso in cui coglie i segni e le evidenze di parti malate, in quello stesso momento sa che un altro essere umano chiede di essere accolto come un soggetto inviolabile alle prese con un organismo difettoso.
L’atto medico, da tempo immemorabile, riconosce questa pretesa di attenzione per la fragilità e la vulnerabilità come l’evidenza dell’umano più intensa e inequivocabile che ci sia. Pretesa giustificata, pretesa alla quale rendere giustizia. Perché, da sempre, “essere umani”, significa “essere sensibili” all’invocazione affettiva di uno spirito umano che chiede di non essere abbandonato alla ferita del corpo e confuso con essa. L’imporsi di questo appello, e la risposta alla sua invocazione, sono la più antica dimostrazione dell’esistenza dell’anima, che dà senso umano al corpo umano. Essere “disumani” significa, nello stesso tempo, essere “senz’anima” e “senza cuore” nei confronti della fragilità e della vulnerabilità dell’altro umano.
Persino quando muore, l’essere umano eccede — e si sottrae — alla totalità organica funzionante: la memoria del suo essere umano resiste all’imperialismo di una forma organica perfettamente funzionante che pretenderebbe di essere il tutto di quello che siamo. Lui/Lei non diventano mai semplicemente le loro spoglie mortali, i loro resti umani: perché non lo sono mai stati e non lo saranno mai. Noi, che li abbiamo conosciuti (ma anche se non li abbiamo conosciuti tutti), lo sappiamo perfettamente che non sono mai stati semplicemente il loro organismo. L’essere umano che resta — nella nostra storia e fra noi, ma anche altrove e chissà dove: vediamo solo un pezzettino di universo e uno spicchio di cielo — è per sempre extra-territoriale a quei resti. E totalmente sottratto alla loro semplice residualità.
L’essere umano, infine, eccede e si sottrae da ogni lato, alla totalità fisica, chimica, organica e psichica del suo organismo vivente. Del resto si può dire che lo fa continuamente: è così che viviamo, nella pseudo-totalità sempre incompiuta e mancante del nostro corpo-mondo, che è sempre in ritardo e in difetto sulla vita a cui lo indirizza il nostro spirito-affetto.

di Pierangelo Sequeri

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15 ottobre 2018

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