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Di corsa verso la gloria

· Restaurato «Chariots of Fire», lo splendido film di Hugh Hudson che trent’anni fa vinse a sorpresa quattro Oscar ·

La si ricorda come un’opera classica e invece è quasi sperimentale

Eric Henry Liddell era scozzese, ma nato in Cina. Figlio di missionari protestanti divenne missionario a sua volta e morì nel Paese natale nel secondo dopoguerra. Harold Abrahams, inglese, di origini ebraiche, sarebbe invece diventato un uomo d’affari di successo come suo padre. In comune, hanno la grande impresa sportiva alle olimpiadi di Parigi del 1924, dove il primo vinse l’oro nei quattrocento metri e il secondo nei cento. Per il Regno Unito rappresentano poco meno di eroi nazionali. Ma il resto del mondo li conosce soprattutto grazie a Momenti di gloria (Chariots of fire, 1981).

Il film dell’allora esordiente Hugh Hudson è stato ora restaurato in occasione della sua uscita in blu-ray. Esattamente trent’anni fa, vinceva a sorpresa quattro Oscar, fra i quali quello per il miglior film, battendo la concorrenza del più accreditato Reds di Warren Beatty.

Lo si ricorda come un film sostanzialmente classico, e invece, rivisto oggi, sembra un’opera quasi sperimentale. Ha l’aspetto del colossal, ma si tratta di una produzione al contrario piuttosto piccola, che ha incontrato insospettabili problemi di distribuzione, oltreché ristrettezze economiche e di tempo. Passa per essere un film patriottico, ma le autorità e i depositari delle tradizioni vengono trattati piuttosto male dai protagonisti, come raramente capita in un film inglese che non sia una commedia. A dispetto della cura filologica, infine, non è tanto un film storico, quanto un apologo sui valori spirituali e quelli che ispira lo sport. Nonché sulle loro possibili somiglianze.

Da una storia ambientata a Cambridge negli anni Venti ci si aspetterebbe il massimo della compostezza, e invece Hudson la decostruisce con un uso praticamente ininterrotto dello zoom e del teleobiettivo, il ralenti, la reiterazione della medesima scena inquadrata da angolazioni diverse, e immagini che sovente danno l’impressione di accompagnare la bella e ormai celeberrima colonna sonora elettronica di Vangelis — altra scelta insolita e azzardata — anziché il contrario. Siamo insomma nel pieno dell’estetica iperrealista che ha dominato il decennio degli anni Ottanta, affine al linguaggio degli spot e dei videoclip. Non a caso il regista veniva dalla pubblicità, oltreché dal documentario. E non a caso il film forse più rappresentativo del decennio sarebbe stato l’imminente Blade Runner (Ridley Scott, 1982), diretto da un altro regista inglese con trascorsi negli spot pubblicitari, e supportato di nuovo in maniera fondamentale dalle musiche del compositore greco.

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26 maggio 2018

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