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Detective story in cerca dell’uomo

· Nel film «Still Life» di Uberto Pasolini ·

Still Life significa “natura morta”, più letteralmente “vita ferma”, senza emozioni, com’è quella sin troppo solitaria del protagonista. Ma nel film di Uberto Pasolini a dispetto della desolazione che sembra aleggiare attorno alle esistenze più o meno prematuramente interrotte di cui il protagonista si prende cura, si aprono squarci di sentimenti, rapporti, aneddoti di momenti condivisi, attraverso le poche parole pronunciate a mezza bocca da chi ha conosciuto gli scomparsi. Scampoli di vita su cui John riesce a gettare per un attimo luce. Lo stile della regia, fatto di ritmi catatonici e inquadrature sempre fisse e dalla composizione estremamente geometrica, sulla falsariga del cinema di Kaurismäki, sta diventando un po’ una moda e una scorciatoia tecnico-espressiva per tanti nuovi autori contemporanei, per lo più europei. Quasi una reazione alla moda opposta — e altrettanto “comoda” — di muovere forsennatamente la cinepresa a spalla sull’onda lunga del Dogma scandinavo. Ma l’abilità di Pasolini sta nella grande economia narrativa, che rende conchiusa e significativa ogni scena, e che in fin dei conti giustifica proprio quel rigore geometrico ai limiti della maniera. Un film disadorno, fatto con pochissimi attori e mezzi modesti, è anche lo specchio del cinema d’autore dei nostri tempi, schiacciato da eventi cinematografici grossi e rumorosi, ma non per questo rassegnato a scomparire.

Emilio Ranzato

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26 maggio 2018

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