Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Destinazione
Auschwitz

· Una pagina della Shoah italiana ·

Un volume importante Ordinaria amministrazione. Gli ebrei e la Repubblica sociale italiana, di Matteo Stefanori (Milano, Laterza, 2017, pagine 226, euro 24) il primo studio d’insieme che esce su un tema poco studiato e poco conosciuto come quello dei campi di concentramento per ebrei istituiti dalla Repubblica di Salò alla fine del 1943, basato su una ricognizione attenta delle fonti d’archivio della Rsi, in particolare dei suoi archivi provinciali.

Poco trattato dagli storici, il tema è del tutto ignoto al lettore comune. Esso si intreccia, nel comune sapere storiografico, con la persistente convinzione che gli italiani fossero “brava gente” e con il tentativo, più politico che storico, di una pacificazione delle memorie contrapposte della Resistenza e di Salò: il tema dei ragazzi di Salò, insomma.

L’ingresso di Auschwitz

La prima parte del volume affronta la questione del passaggio della Repubblica di Salò all’aperta discriminazione. Dopo la tregua del periodo badogliano, infatti, la campagna antisemita fu riproposta con particolare violenza dalla neonata Repubblica sociale italiana, tanto da venirne a costituire uno dei principali tratti identitari. Il “tradimento” del 25 luglio e dell’armistizio dell’8 settembre furono attribuiti agli ebrei e alle loro mene. L’avvio della macchina persecutoria fu rapido: nel primo congresso del nuovo Partito fascista repubblicano, tenutosi a Verona il 14-15 novembre, il segretario del partito, Pavolini, la proponeva nel suo discorso inaugurale: «Per quel che riguarda gli ebrei la direzione del partito propone che in questa materia si adotti una formula che non lasci campo ad equivoci e che dica che gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri che durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica (…) Niente discriminazioni», dove il termine discriminazioni si riferiva all’interpretazione data alle leggi razziste del 1938, come discriminanti e non persecutorie. Si sanciva così il passaggio alla persecuzione. Anche se Mussolini non intervenne personalmente su questo tema, dobbiamo ricordare che il programma dell’assemblea, che essa era solo chiamata a ratificare, era stato scritto, oltre che da Pavolini, da Mussolini e da personalità tedesche fra cui l’ambasciatore Rahn. Questo programma divenne operativo il 30 novembre, con l’Ordinanza n. 5 di polizia, firmata dal ministro dell’interno Buffarini Guidi, che stabiliva l’arresto di tutti gli ebrei presenti sul territorio della Repubblica di Salò e il loro raggruppamento provvisorio «in campi di concentramento provinciali in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati». Il 2 dicembre partiva la caccia all’ebreo, affidata alle forze di polizia di Salò. Era finita ormai la prima fase della Shoah italiana, con le razzie naziste solo in minima parte a partecipazione fascista nelle maggiori città italiane che, come dai dati del CdEC citati da Stefanori, avevano portato a morire ad Auschwitz circa 2500 ebrei italiani. Da allora in poi, gran parte degli ebrei arrestati e inviati nei campi di sterminio nazisti dovranno il loro internamento agli italiani di Salò. Se dai 6800 ebrei deportati dall’Italia togliamo infatti questi primi 2500, deportati fra ottobre e novembre dai tedeschi e altri duemila dei quali non sappiamo da chi siano stati arrestati, restano tremilatrecento ebrei, di duemila dei quali sappiamo che sono stati arrestati da italiani. Il ruolo giocato dai militi di Salò nella caccia all’ebreo risulta in modo chiaro. Sia che l’ipotesi formulata da Michele Sarfatti su un accordo, non documentato, tra Salò e i tedeschi per delegare agli italiani l’arresto degli ebrei sia vera sia che non lo sia, di fatto l’arresto fu a partire dal dicembre 1943 affidato soprattutto ai militi di Salò.

Il volume affronta poi quello che è il suo tema principale, cioè la questione dei campi di concentramento organizzati dalla Rsi per detenere gli ebrei. Furono una ventina tra l’Umbria, l’Emilia Romagna e il Nord d’Italia, durarono solo alcuni mesi e utilizzarono edifici già presenti, scuole, edifici ecclesiastici, caserme. Di queste strutture, Stefanori analizza la messa in opera attraverso “ordinarie pratiche amministrative”. La loro organizzazione era molto diversa da quella dei lager tedeschi: erano poco sorvegliati e riprendevano sostanzialmente il modello dei campi di internamento sorti in Italia per segregarvi gli ebrei stranieri dopo l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Solo che qui, attraverso la consegna ai nazisti, la destinazione era Auschwitz. L’ordinanza del 30 novembre che istituiva i campi nulla diceva sulla consegna degli ebrei arrestati ai tedeschi. Inoltre, le norme tedesche e quelle italiane differivano, perché quelle italiane esentavano dall’arresto gli anziani oltre settant’anni, gli ammalati gravi e i “misti”, cosa che non facevano le norme naziste. Di qui, una grande confusione e conflitti di competenze che il governo di Salò lasciò ai funzionari provinciali da sciogliere. Con il risultato che, quando i tedeschi intervennero a chiedere la consegna degli ebrei arrestati, tale consegna avvenne sempre o quasi. Così, nel campo di Vo’ Vecchio, in provincia di Padova, dove si trovavano 43 ebrei (14 uomini, 22 donne e 7 bambini), in cui i tedeschi fecero irruzione nel luglio del 1944 deportando tutti alla Risiera di San Sabba e di lì ad Auschwitz. Solo tre tornarono. Diverso il caso di Perugia, i cui ebrei, una ventina, furono concentrati in un campo allestito sul Trasimeno. Nonostante le pressanti richieste dei tedeschi, non vennero consegnati e furono poi liberati dall’avanzata angloamericana.

Nella riluttanza a consegnare gli ebrei alla deportazione presente in molte di queste situazioni Stefanori non esclude moventi umanitari. Ma, pur riconoscendo che la disparità delle forze tra italiani e tedeschi era tale da rendere impossibile ogni resistenza, attribuisce la consegna soprattutto a motivazioni politiche, cioè alla fedeltà al fascismo di questi funzionari: finché le direttive del governo di Salò non furono chiare, i funzionari italiani si attennero alle norme italiane ed esitarono a consegnare i loro ebrei, chiedendo delucidazioni e conferme ai loro superiori. Ma quando gli ordini di Salò imposero di obbedire alle richieste tedesche, gli ebrei furono consegnati senza esitazioni. Anche in questo caso, si trattò di “ordinaria amministrazione”.

di Anna Foa

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

20 agosto 2018

NOTIZIE CORRELATE