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Desiderio di pace

· Focus / Le stragi in Sri Lanka nel giorno di Pasqua ·

Nelle comunità cattoliche sconvolte dai sanguinosi attentati

Sconcerto, amarezza, angoscia. Ma anche desiderio di non cedere all’odio e di continuare a costruire la pace: sono i sentimenti che quest’oggi si registrano nelle comunità cristiane dello Sri Lanka, sconvolte dalla violenza insensata che nel giorno di Pasqua ha devastato tre chiese, colpito alberghi, ucciso oltre 359 persone (in un bilancio che continua a salire), ferendone oltre 500. Il primo elemento che balza all’occhio è quello di un attacco gratuito, insensato, per colpire innocenti che stavano rendendo lode a Dio, celebrando la Risurrezione di Cristo. La comunità cattolica (il 7,6% della popolazione) rappresenta una componente della società (al 70% buddista) che è sempre stata apprezzata per la sua opera di pace e di riconciliazione — portata avanti a tutti i livelli, da quello sociale, caritativo, culturale e politico — che è risultata preziosa per risanare il tessuto di una società lacerato in quasi 30 anni di conflitto civile.

E anche nelle più recenti tensioni, che hanno visto gruppi nazionalisti che si richiamano al buddismo (come Bosu Bala Sena, «Forza di potere buddista») colpire le comunità islamiche srilankesi, i credenti in Cristo hanno agito da ponte, promuovendo senza sosta incontri e attività di carattere interreligioso, lavorando sul dialogo e sulla costruzione della pacifica convivenza.

Oggi la comunità cattolica vive il momento del lutto e tutta la nazione si stringe attorno alle centinaia di famiglie che piangono la perdita dei propri cari. La disperazione delle madri, per i 45 bambini rimasti uccisi nelle stragi, un orrore che moltiplica l’orrore. L’arcivescovo di Colombo, il cardinale Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, ha celebrato il 23 aprile il servizio funebre per le vittime rimaste uccise nella chiesa di San Sebastiano a Negombo, a nord di Colombo, uno dei luoghi bersaglio delle esplosioni di domenica. Per le strade di Negombo è frequente notare piccole edicole o santuari dedicati alla Vergine Maria e segni della presenza cristiana sono diffusi: per questo la cittadina viene chiamata popolarmente «piccola Roma». Oggi a Negombo la gioia e le corone di fiori hanno lasciato il posto a mestizia, sguardi bassi, visi rigati dal pianto. «Il nostro dolore è indescrivibile. Siamo amareggiati e adirati per questo vile attacco. Non lo meritiamo», afferma Jude Fernando, giovane cattolico che ha perso sua madre e un nipote di otto anni per l’esplosione di Negombo. A un’assemblea di migliaia di fedeli provati dall’emozione e dallo shock, il cardinale ha potuto dire commosso: «Fra lacrime e dolore, seppelliamo i nostri fratelli e sorelle che hanno perso la vita nei tragici attentati. Ma non possiamo perdere la speranza, che è sempre riposta in Dio. Siamo tutti chiamati a pregare con maggiore forza e intensità per la pace e la sicurezza nel paese. Il Signore ci è vicino e ci consola in questo momento di lutto e di sofferenza».

Padre Cyril Gamini Fernando è parroco della chiesa di Sant’Anna a Negombo, a pochi minuti di cammino dalla chiesa di San Sebastiano. Così racconta all’«Osservatore Romano»: «È stata davvero una tragedia per noi cattolici, bersaglio principale di questi attentati. Non riusciamo a trovare una ragione, è un attacco del tutto immotivato. Proprio come quello che accade ai martiri, uccisi solo per odio alla fede. I nostri fedeli erano in chiesa a pregare e ringraziare Dio e sono stati barbaramente uccisi». «Noi cristiani — prosegue il parroco — abbiamo sempre coltivato buone relazioni con le altre comunità religiose nel paese. Non nutriamo inimicizia verso nessuno e abbiamo sempre lavorato per la pace. Ora tanto più ci sentiamo chiamati a farlo: diciamo ai nostri fedeli di mantenere la calma, di evitare reazioni emotive, né intendiamo cedere all’odio o alla disperazione. La nostra vita va avanti confidando in Dio, nostra forza, promuovendo pace e armonia anche in questo momento così triste e difficile. Questo ci insegna l’amore di Cristo».

Anche il cardinale Patabendige Don ha concordato: «Credo che tutti questi nostri fratelli uccisi sono già martiri. Nessuno di loro, giunto in chiesa avrebbe mai pensato di non fare ritorno a casa. La vita di ciascuno di noi è nelle mani di Dio».

La prospettiva autenticamente cristiana per vivere una simile tragedia è quella di trarre un bene anche dal male più terribile, come osserva al nostro giornale John Fernando, un leader laico cattolico di Colombo: «Gli autori della strage vogliono portare odio e dividere il paese, ma questa tragedia avvicina i fedeli di tutte le comunità e rafforza la nostra fede. Nelle prossime settimane molti cittadini non cristiani si presenteranno alle porte delle chiese con fiori freschi e scritte solidali, per mostrarci la loro vicinanza. I terroristi non riusciranno a insinuare odio, paura e disperazione in tutti noi». E Josephine Periera, una insegnante cattolica, conclude: «Il governo, le autorità religiose, i leader sociali, il popolo: tutti dobbiamo lavorare insieme per la pace, per l’armonia, per la sicurezza. Questo è il cammino che ci attende».

di Paolo Affatato

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