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Dentro un silenzio  che diventa musica

· «No Greater Love» di Michael Whyte ·

Non è stato ancora distribuito nei cinema italiani un film che all’estero ha avuto un buon riscontro soprattutto nella critica, e ha vinto un premio importante al festival Religion Today proprio in Italia. Si tratta di No Greater Love del regista inglese Michael Whyte, uscito qualche settimana fa in Francia come De silence et d’amour . Un documentario sulle suore carmelitane del convento di Most Holy Trinity nel quartiere londinese di Notting Hill.

Per l’idea di fondo, il film non può non ricordare il recente Il grande silenzio (2006) del tedesco Philip Gröning, documentario sul monastero della Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi.

Quello di Whyte, però, è un quadro volutamente più spartano, meno solenne, che non va alla ricerca di immagini dalla valenza simbolica ma cerca di essere suggestivo con metodi espressivi sostanzialmente trasparenti. Il suo obiettivo principale sembra infatti essere quello di mostrarci come alla base di questa cattedrale dello spirito ci siano marchingegni umani, svelati nel loro semplice e a volte faticoso funzionamento.

E così vediamo che dietro il sacramento della comunione c’è una strana e rumorosa macchina che perfora l’ostia, che all’altro capo della corda che agita le campane c’è una suora impegnata a contare e tenere il ritmo, che prima di un canto liturgico ci sono prove ed errori, e anche che il buon andamento del monastero è supportato in parte dall’uso di un computer e dai prodotti alimentari scelti su internet. Ciò non toglie che all’interno delle singole inquadrature vi sia una cura della composizione e un uso della luce quasi vermeeriani.

A tal fine Whyte opta, soprattutto all’inizio, per un montaggio che scompone la giornata delle carmelitane fino a farne qualcosa di astratto, quasi una sorta di corrispettivo di ciò che sentiamo dire a una delle protagoniste: «Il silenzio qui alla lunga diventa musica».

Come lo stesso Whyte d’altronde ci ha rivelato, «i ritmi del monastero si prestavano perfettamente allo stile del film, l’estetica di quel luogo e quella delle immagini si sono quindi combinate senza che io dovessi forzare l’una sull’altra. Da parte mia ho cercato di comporre le riprese come fossero un’istantanea all’interno della quale però ci si potesse muovere. La struttura del film è cresciuta semplicemente osservando la vita quotidiana delle suore, ma ho cercato di rendere e quindi conciliare il ritmo della singola giornata e quello dell’intero anno che ho trascorso con loro».

In un’opera senza una trama e fatta da gesti per lo più rituali come questa, quand’è che si decide di spegnere la videocamera? Quand’è che si arriva a essere soddisfatti del materiale girato? «Ho cercato di trarre il meglio da ciò che succedeva di fronte a me. Non è stato sempre facile perché, salvo rare eccezioni, non volevo chiedere alle suore di ripetere le loro azioni davanti all’obiettivo, non volevo in alcun modo interferire con la loro vita. Anche le interviste si sono svolte senza prove. Gli eventi più difficili da filmare, di conseguenza, erano quelli che accadevano una volta soltanto nel corso dell’anno».

Per quanto interessanti e a tratti toccanti, proprio le interviste alle suore sono forse l’unico difetto di questo piccolo grande film che poteva tranquillamente reggersi sulla forza delle proprie immagini. Il regista, evidentemente impressionato in prima persona da queste testimonianze che in modo disinvolto raggiungono la profondità di scelte individuali tanto importanti, non se l’è sentita di escluderle: «Il montaggio, che ho curato personalmente, non è stato facile. Quando ti servi di un collaboratore ti senti dire, con fredda obiettività, cosa va tolto e cosa va tenuto. In questo caso invece ho conservato delle riprese solo perché mi ci ero affezionato, e non perché migliorino il film».

Ma le protagoniste erano contente di un film su di loro? «Durante le riprese ho cercato di coinvolgerle mostrando loro dei frammenti del materiale girato. Non hanno mai cercato di influenzare o chiesto di modificare il mio lavoro. A riprese finite, gli ho lasciato un dvd. Al mio ritorno le ho trovate felici».

Whyte, quindi, conclude con parole piuttosto eloquenti circa l’importanza che ha rivestito per lui questa esperienza: «Quando giro un documentario, la parte più difficile è scegliere il modo giusto per congedare gentilmente le persone che sono state oggetto delle mie riprese. In questo caso, invece, ho scoperto che sarei stato io a sentire la mancanza delle riprese una volta finito il lavoro».

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13 novembre 2018

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