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Democrazia e senso etico

· Stato laico e bene comune nel discorso di Benedetto XVI alla Westminster Hall ·

Si conclude nella serata di giovedì 3 febbraio nel Palazzo Apostolico Lateranense il ciclo di incontri dedicato ai grandi discorsi di Benedetto XVI. Al centro del dibattito il discorso tenuto dal Papa alla Westminster Hall il 17 settembre 2010. Anticipiamo uno stralcio dalla conclusione dell’intervento del vescovo segretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace.

Per lo sviluppo integrale e sociale la Caritas in veritate postula un’etica di prima persona, ossia pensata sul fondamento dell’intrinseca capacità di ogni soggetto umano di tendere al bene perfetto, a Dio. E questo, al contrario di quanto avviene ultimamente nelle etiche secolari, etiche di terza persona, scettiche circa la conoscenza del vero, del bene e di Dio, che non conducono alla collaborazione secondo giustizia fra individui che non di rado si ritengono liberi di perseguire qualsiasi fine. Nemmeno portano a un buon stato di cose, poiché massimizzano l’utilità media della società, lasciando da parte i cittadini più deboli, incapaci di dialogo o di contrattazione.

La religione o, meglio, una riflessione critica sull’esperienza religiosa, aiutano a recuperare una ragion pratica integrale, in quanto la pongono in un ampio contesto di vita e di saperi che, mentre relativizzano la sua pretesa di essere l’unica fonte delle norme, la rafforzano, evidenziandone la dimensione metasociologica e metastorica, che superando il fenomenico — senza peraltro negarlo — le consente di formulare il tèlos umano, ossia un insieme di beni ordinato sulla base del metro di misura che è il Sommo Bene.

Ma la religione non sempre è disponibile per esercitare un ministero di purificazione della ragione. Questo accade, rammenta il Pontefice, quando la religione subisce distorsioni a causa del settarismo e del fondamentalismo. La religione, allora, anziché essere «risorsa» per la società, diventa un problema da risolvere. Come purificare l’esperienza religiosa da razionalismi deleteri per essa e per la società? Come ha insegnato lo stesso Benedetto XVI nella Caritas in veritate ciò è possibile solo sulla base di un giudizio etico che si struttura grazie a una ragione non imprigionata nell’empirico, bensì aperta all’integralità della verità e al Trascendente.

Una tale razionalità sussiste e si esercita solo entro un discernimento basato e incentrato sulla carità e sulla verità ( Caritas in veritate, 55). L’esperienza conoscitiva, propria della carità nella verità, fa emergere dal suo grembo il criterio «Tutto l’uomo e tutti gli uomini», che consente di giudicare e di purificare tutte le religioni, strutturandole coerentemente nella loro essenza.

La risemantizzazione della laicità di uno Stato democratico presuppone una sostanziale fiducia nella persona umana, nella sua ragione (capace di conoscere il vero e il bene, ma anche fallibile), nella coscienza morale.

Di fronte al fenomeno moderno e postmoderno della desemantizzazione progressiva della laicità, a causa dell’affermarsi di una cultura sempre più secolarizzata sconfinante nel secolarismo, risulta indispensabile, come è stato sollecitato ripetutamente da Benedetto XVI, un impegno pluriarticolato, volto alla riscoperta di una ragione integrale e alla diffusione di un èthos aperto alla Trascendenza nonché alla realizzazione di una nuova evangelizzazione. Questa appare indispensabile non solo in ordine all’annuncio primario di Cristo salvatore in una società multietnica e multireligiosa, ma anche per la liberazione e l’umanizzazione delle culture e degli èthos, che sono a fondamento degli ordinamenti giuridici e della laicità dello Stato.

Lo Stato laico di diritto, a fronte del primato della persona e della società civile, non può considerarsi fonte della verità e della morale in base a una propria dottrina o ideologia. Esso riceve dall’esterno, dalla società civile pluralista e armonicamente convergente, l’indispensabile misura di conoscenza e di verità circa il bene dell’uomo e dei gruppi. Non la riceve da una pura conoscenza razionale, da curare e proteggere mediante una filosofia totalmente indipendente dal contesto storico, in quanto non esiste una pura evidenza razionale, avulsa dalla storia. La ragione metafisica e morale agisce solo in un contesto storico, dipende da esso, ma allo stesso tempo lo supera. In breve, lo Stato trae il suo sostegno da preesistenti tradizioni culturali e religiose e non da una ragione nuda. Lo riceve da una ragione che matura all’interno di pratiche e di istituzioni a lei favorevoli, nella forma storica delle fedi religiose che, non deteriorandosi, tengono vivo il senso etico dell’esistenza e della sua trascendenza.

Il tentativo odierno di rimuovere la religione dalla sfera pubblica, mentre da un lato si ripromette di rendere più vivibile e pacifica la vita democratica, dall’altro ne provoca l’indebolimento, perché le sottrae linfa vitale.

In effetti, una sana democrazia ha bisogno di riconoscere le fedi personali e la loro appartenenza comunitaria.

Non le può bastare una «religione civile» riconosciuta solo sulla base di un mero consenso sociale (una tale «religione» è fondata su basi morali fragili e mutevoli come le mode), né una religione rinchiusa nel privato, ossia concepita come scelta soggettivistica, irrazionale, e perciò irrilevante o addirittura dannosa per la vita sociale.

Nemmeno le giova una religione che mortifica la dignità delle persone e il loro compimento umano secondo una trascendenza orizzontale e verticale.

La dimensione religiosa della persona non esula dall’universalità della ragione, semmai la trascende, senza contraddirla. La fede dei cittadini, come le corrispondenti comunità religiose che la educano, alimentano quel «capitale sociale» — fatto di relazionalità stabili, di stili di vita, di valori condivisi, di amicizia civile, di fraternità — di cui ogni democrazia non può fare a meno, se non vuole ridursi a pura amministrazione conflittuale di interessi disparati.

Se questo è vero, le democrazie devono coltivare nei confronti delle religioni un atteggiamento di apertura non passiva, ma attiva, nel senso che debbono riconoscere e promuovere, per ciò che concerne la loro competenza, lo spazio pubblico — ben distinto dall’istituzione statale e nella stessa società civile — ove si plasmano quelle famiglie spirituali e culturali, quell’ èthos , che le vivifica specie nell’edificazione plurale e convergente del bene comune.

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