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Della sofferenza e della umanità

· Nei racconti di Eric-Emmanuel Schmitt ·

Scrivere racconti non è impresa facile, dare loro una forma compiuta anche nell’interazione reciproca lo è ancor meno. Eppure, a qualcuno riesce. «Un libro di racconti – scrive ad esempio lo scrittore francese Eric-Emmanuel Schmitt in chiusura del suo ultimo libro L’amore invisibile (Roma, Edizioni e/o, 2013, pagine 201, euro 17) – è un assortimento di selvaggina cacciata su uno stesso territorio. Per quanto le storie siano diverse, hanno molto in comune. In mancanza di quest’affinità, riunirle sarebbe arbitrario».

C’è qualche incursione storica nel libro. E c’è l’oggi alle prese con la grande Storia nelle sue più atroci manifestazioni ( Il cane è meraviglioso nella forza e nell’amore che testimonia; mai da soli, se si vuole ritrovare la dignità di esseri umani). Ma c’è soprattutto il nostro mondo, con la responsabilità della scelta, che si articola nella responsabilità verso se stessi, gli altri e le generazioni future (è il caso, sia pure con sfaccettature molto differenti, de Il figlio fantasma e Un cuore sotto la cenere ). C’è un po’ di Guy de Maupassant in questi racconti. E ci sono anche una traccia evangelica e una che riporta a una scrittrice canadese di 82 anni. Eppure la singolarità del narratore in esame è una certezza.

Perché, secondo Schmitt, nel nostro mondo sono ormai veramente pochi coloro che riescono a vivere e ad amare sapendo e interiorizzando il fatto che «ogni saggezza comincia con l’accettazione della sofferenza». Sta anche qui, crediamo, l’invisibilità degli amori narrati. È l’invisibilità delle grandi sfide. Le sfide del sentimento, della medicina e dell’etica, del senso di colpa e della gratuità, le sfide degli occhi spalancati sul reale cercando di tradurlo nel buono.

In questi cinque racconti Schmitt riflette sulla sofferenza, vero grande tabù del mondo odierno. Accanto a essa, però, a noi pare che l’altro grande filo conduttore di questa raccolta sia la domanda su cosa faccia di un uomo una persona. Può essere così che grazie, e solo grazie, al «fiato tiepido sul palmo» che un ragazzino si ricordi di essere un uomo. Che trovi la spinta per rientrare in possesso della sua umanità. E che grazie a quel fiato, dopo cinque anni di guerra, possa riscoprire che «un eroe è un uomo che cerca di essere uomo per tutta la vita, sia contro gli altri che contro se stesso». Ma può essere grazie a un fenomeno naturale che una donna riesca a svuotarsi della rabbia e del senso di colpa che ne paralizza ogni lacrima e ogni speranza. O ancora, che grazie alla fune gettata in un crepaccio, un uomo e una donna possano intuire che un’altra strada sarebbe stata possibile.

Perché Schmitt coglie l’aspetto più autentico e significativo della vita quando scrive che «la felicità non consiste nel mettersi al riparo dalla sofferenza, ma di integrarla al tessuto della nostra esistenza».

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22 settembre 2019

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