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Via dei non credenti

· Beppe Dati rilegge la vita e la morte di Gesù ·

Gli avvenimenti di Gesù narrati dai vangeli sono talmente impressi nella nostra memoria — sia credente sia culturale — da suscitare nel lettore l’impressione di essere stati registrati da una ripresa in diretta. L’immaginazione è stimolata a raffigurarsi plasticamente la nascita di Gesù nel presepe di Betlemme come la sua morte sul Golgota a Gerusalemme.

Tintoretto, «Crocifissione»  (1565, Venezia, Scuola Grande di San Rocco)

La “composizione di luogo” proposta da Ignazio di Loyola per la meditazione dei brani evangelici suggerisce di seguire proprio questa possibilità immaginativa per entrare nella scena (cfr. Esercizi Spirituali, 47, b-c). Se però ci domandiamo in quali occhi si siano realmente impressi questi avvenimenti possiamo rimanere sorpresi. Gli evangelisti Matteo e Luca non potevano essere presenti alla sua nascita; gli stessi — compreso Marco, a parte l’eventuale eccezione di Giovanni — non riuscirono a rimanere vicino a Lui nei giorni della passione. Certamente a quei fatti furono presenti molte altre persone di cui non sappiamo nulla, magari distratte, anche non credenti.
Ora, il fatto che i due principali eventi della fede cristiana non abbiano necessariamente avuto come testimoni diretti i garanti delle testimonianze evangeliche ha almeno un duplice significato. Primo: i testi evangelici hanno una formazione articolata e complessa, che non dipende soltanto dalla presenza fisica dei testimoni, sebbene ve ne siano a sufficienza per la gran parte dei fatti e detti di Gesù. Per usare una metafora cinematografica, potremmo dire che è stata la morte di Gesù a compiere una sorta di montaggio della sua vita, mediante la scelta dei momenti più significativi, che, messi in successione e colti dai discepoli alla luce del suo presente di risorto, hanno reso il suo passato chiaro, stabile e certo. Secondo: ogni persona che vive nel tempo successivo a quegli eventi ha la possibilità di divenire in certo modo contemporaneo di Gesù. I santi pellegrini medioevali intrapresero con entusiasmo il cammino verso la terra santa proprio per fare questa esperienza spirituale. Oggi, la possibilità di accostarsi alla figura di Gesù è frequentata anche da non credenti, come di fatto avvenne nei giorni della sua carne. Tra tutti coloro che lo avvicinarono, pochi ebbero la grazia di seguirlo, ma ciò non significa che altri — i dubbiosi e persino gli ostili — non siano stati attratti dalla sua persona e affascinati dal suo mistero.
In questa prospettiva si collocano due recenti opere di Beppe Dati, autore già noto come paroliere di canzoni famose, scritte per Mia Martini, Marco Masini, Paolo Vallesi, Laura Pausini, Raf, Francesco Guccini e della canzone Blu, sul dramma dell’immigrazione, per Irene Fornaciari all’ultimo Festival di Sanremo. Il mio Gesù, oratorio musicale sulla vita del Signore, e la Via crucis — rappresentate per la prima volta a San Miniato, in Toscana — testimoniano in modo eloquente l’approccio di un artista che dice di non avere il dono della fede, ma di essere in ricerca, con la speranza di ritrovare ancora l’uomo, anche nel sottosuolo del mondo. C’è dunque un Gesù che va oltre l’appartenenza credente, perché uomo profondamente immerso nella vita, nelle gioie, nel dolore e nelle speranze di tutti. Attraverso venticinque pezzi musicali di struggente bellezza, la vita di Gesù vibra nell’esistenza del suo tempo, segnata da paure, ferita da conflitti, animata da attese e delusioni, con accenti di evidente contemporaneità. «Nell’uomo ormai senza nome che è calpestato e che ha fame come uno slancio istintivo il mio Gesù è vivo!... nel sottosuolo del mondo che è il nostro inferno profondo come quel ramo di ulivo il mio Gesù è vivo!». Così si chiude Il mio Gesù, senza ridurre all’orizzonte terreno la speranza, altresì lasciando aperta la porta dell’attesa di una grazia che viene da altrove. Fra le barche di Cafarnao, tra i mandorli di Emmaus, Gesù è vivo lì, tra queste persone. Per Beppe Dati, in ultima analisi, credere non è questione di volontà, ma di grazia.
A completamento della ricerca iniziata con Il mio Gesù, nella Via crucis l’autore immagina «quali pensieri possano nascere nella mente di un uomo il quale è cosciente di avere davanti a sé poche ore di vita». Un lirismo mistico dischiude l’orizzonte sconfinato della tenerezza che pervade la Passione. Tra due voci, Gesù incede verso la fine: lo accompagnano uno straziante dialogo muto col Padre celeste e il sussurro del diavolo, impastato di mezze verità e sottile menzogna. Mentre scompare il volto umano dell’uomo agli occhi di Gesù flagellato, il diavolo chiede di rialzarsi al Dio prostrato nel silenzio del Nulla, con la bocca piena di terra. Due sguardi sono fissi su di Lui: gli occhi pieni di lacrime di Maria e il tenero amore delle donne. Preziosa è l’intuizione del Figlio che scongiura il Padre di risparmiare lo strazio a sua Madre: «Può sembrare assurdo lo so, ma la sua presenza, la sua tenera compassione, aumentano la mia pena, sento che m’indeboliscono! Dille che non voglio che veda suo figlio trasformato in un cencio di dolore... no... non voglio che calpestino il suo cuore!». D’insperato conforto è la dolcezza infinita dello sguardo delle donne che lo avvicinano: «Solo esse conoscono il respiro dell’anima, la fierezza della carne e lasciano agli uomini gli atroci dubbi della fede, la stoltezza del potere, il denaro degli intrighi, gli occhi chiusi di tutti i loro tradimenti». Nel turbinio dei sentimenti alti e confusi che trafiggono il cuore di Gesù, s’insinua ancora il tentatore — per aumentare il peso della sua solitudine — con una verità incompleta su Giuseppe: «Sai cosa farebbe tuo padre Giuseppe se fosse ancora vivo e ti vedesse ridotto così? Affronterebbe le guardie a mani nude pur di salvarti, poi ti strapperebbe quella croce di dosso spaccandola in due con la sola forza delle sue forti braccia di falegname, e se anche alla fine dovesse soccombere, sarebbe felice di morire per te!».
A quale esito perviene la via amorosa del Figlio? Brillerà mai un raggio di sole in quella pozzanghera fangosa dove si mescolano i tormenti di ogni uomo che non accetta di perdersi? Beppe Dati non vuol «giocare con l’immaginazione o l’invenzione poetica, non è un esercizio letterario, un trastullo intellettuale». Egli parte da una realtà di sofferenza, di scienza e d’amore qual è la stella maris, istituto per la cura di persone con bisogni speciali. Perciò, l’autore conclude la sua via crucis con una risposta concreta — terra di confine che unisce credenti e non credenti, secondo il giudizio universale annunciato da Gesù (cfr. Matteo 25, 31-46). «Ma potremo incontrarti ancora e ancora? Cercatemi nei vostri silenzi e mi troverete... Cercatemi fra gli uomini più deboli, fra i più poveri e mi troverete... Cercatemi fra le prostitute, i ladri, gli orfani e mi troverete... Cercatemi fra gli uomini fragili, i malati, gli ultimi, i semplici, gli invisibili e mi troverete... Cercatemi fra i bambini e sempre lì mi troverete! Io non vi abbandonerò mai... Io sarò sempre con voi fino alla fine del mondo!».

di Maurizio Gronchi

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20 maggio 2019

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