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Decisione che non risolve il problema

· Dopo Facebook anche WhatsApp sarà vietato ai minori di 16 anni ·

Dal prossimo 25 maggio entrerà in vigore la normativa europea che rende più omogenea e stringente la protezione dei dati personali e il loro trattamento. Un nuovo regolamento in tema di privacy che interesserà in particolare i social network, e che prevede novità relativamente all’età di utilizzo, alle impostazioni dei profili personali, alla portabilità dei dati e alla responsabilità penali delle aziende in caso di uso improprio o fraudolento degli stessi. Che si tratti di un problema tutt’altro che secondario lo ha dimostrato il recente scandalo dei dati personali di 87 milioni di utenti di Facebook acquisiti illegalmente da Cambridge Analytica. 

Uno dei temi più delicati riguarda l’età minima per potersi iscrivere ai social network. E proprio l’azienda di Mark Zuckerberg è stata la prima ad annunciare, una decina di giorni fa, una modifica delle politiche di tutela della privacy per adeguarsi al nuovo regolamento europeo, portando da 13 a 16 anni l’età minima per potersi iscrivere (i ragazzi di età compresa tra 13 e 15 anni potranno usare una versione con limitazioni in quei paesi in cui è prevista un’autorizzazione da parte di un genitore). Il 25 aprile è stata la volta di un altro gigante, WhatsApp, il servizio di messaggistica usato da un miliardo mezzo di utenti nel mondo, acquisito nel 2014 proprio da Facebook, ad annunciare un’analoga iniziativa. Dunque anche WhatsApp sarà vietato ai minori di 16 anni.
Tutto ciò avverrà però in via del tutto teorica, perché si tratta di un adeguamento sostanzialmente formale. La nuova normativa non prevede infatti l’esibizione di un documento da parte dell’utente e non impone alle società un rigido controllo. Agli utenti, vecchi e nuovi, verrà di fatto chiesto solo di dichiarare se la propria età è superiore ai 16 anni. Non è quindi chiaro come WhatsApp, Facebook e gli altri social intendano far valere questo limite, se per autocertificazione o incrociando i dati di diverse piattaforme.
Finora i controlli sono stati praticamente inesistenti. A Facebook e a WhatsApp si sono iscritti senza problemi anche bambini con meno di tredici anni. L’unico controllo è stato quello esercitato dai genitori. E ciò sostanzialmente non cambierà con la nuova normativa in assenza di altre verifiche. Il problema è che spesso i genitori o non sanno o restano indifferenti. Innalzare l’età minima, per quanto lodevole, non risolve il problema.
Molti genitori, pur volendolo, non riescono a essere presenti nella vita social dei figli, che occupa molto del loro tempo e dove intrattengono la maggior parte delle loro relazioni. Altri ignorano o sottostimano i pericoli di un accesso incontrollato ai social network: contatti con siti pericolosi, rischi di adescamenti, la possibilità che foto di minori finiscano in siti pedopornografici, i danni derivanti da una sconsiderata condivisione di immagini e video sconvenienti o relativi a violenze e atti di bullismo, per citarne solo alcuni. Altri genitori ancora, una minoranza — ma quando si parla di miliardi di utenti il concetto di minoranza assume un valore relativo — sono essi stessi incauti utilizzatori dei social, postando compulsivamente foto dei figli, taluni raccontando quasi quotidianamente la vita familiare, in una sorta di diario pubblico del quale non si comprende l’utilità.
Detto questo, va da sé che le famiglie non possono farcela da sole. Oltre alle norme, sempre benvenute, ci sarebbe bisogno di una cultura dei social. La scuola potrebbe fare qualcosa in tal senso, educando i ragazzi a un uso critico e responsabile di questi strumenti. Ma non solo con progetti una tantum e a discrezione dei vari istituti, ma attraverso un percorso strutturato e obbligatorio.

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