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Decidere
con compassione

· Il medico e i confini della terapia ·

Nel percorso di cura dei pazienti affetti da patologie croniche evolutive a esito infausto può arrivare il momento di valutare se mettere in atto o no determinati mezzi di sostegno vitale (primo caso) o, qualora tali mezzi siano già stati messi in atto, se è il caso di continuarli o di sospenderli (secondo caso). Può essere utile analizzare le due situazioni in modo distinto.

L’esempio classico del primo caso è quello della ventilazione meccanica in un paziente che non sia più in grado di respirare autonomamente. Nel caso in cui tale mezzo sia giudicato proporzionato dal medico, quindi indicato dal punto di vista clinico, si valuterà il parere del paziente se in grado di darlo direttamente o se precedentemente espresso mediante strumenti di decisione anticipata. Tale parere risulterà decisivo per la messa in atto o meno del mezzo. Qualora il paziente non sia in grado di esprimere il consenso e non abbia precedentemente espresso una volontà a tale riguardo il medico agirà in scienza e coscienza nel miglior interesse del paziente. Concretamente ad esempio non si procederà a ventilare meccanicamente un paziente in fase terminale di malattia per una neoplasia multimetastatica in crisi respiratoria ma si preferirà un approccio puramente palliativo alleviando la dispnea con l’utilizzo di farmaci oppioidi; diversamente non si avrà nessun dubbio nel proporre una ventilazione meccanica invasiva per un paziente in crisi respiratoria con un’aspettativa di vita ancora lunga.

Molto delicato il secondo caso, quello della sospensione di un mezzo di sostegno vitale già in atto. Le cose sono più semplici nel caso di un paziente che possa esprimere la propria volontà di sospensione o che l’abbia espressa mediante strumenti di decisione anticipata: in tal caso, ferma restando la possibilità per il medico di porre obiezione di coscienza e nell’ambito di un’alleanza terapeutica vera, si potrà dare corso alla richiesta del malato.

Nel caso di un paziente non in grado di esprimere la propria volontà sarà il medico a dover decidere se proseguire o no, cercando di coinvolgere i familiari del paziente in modo che la decisione sia condivisa. Dolorosi fatti di cronaca hanno fatto emergere chiaramente quanta confusione esista in materia e quanti giudizi superficiali e affrettati possano aggravare situazioni già di per sé molto complesse. Occorre chiarire che è impossibile pensare di continuare indefinitamente un trattamento, anche di sostegno vitale, sempre e in ogni situazione: così si arriverebbe ad affermare in modo semplicistico che il solo fatto che un trattamento esista e mantenga in vita una persona lo qualifichi come “proporzionato”. In cure palliative, per fare un esempio tratto dalla pratica quotidiana, non si mette in atto alcun tipo di nutrizione artificiale o la si sospende quando la prognosi della malattia è ormai di pochi giorni: gli effetti collaterali supererebbero i benefici attesi. La medicina moderna è inoltre potenzialmente in grado di mantenere le funzioni vitali per un tempo imprecisato pressoché in ogni situazione: è doveroso però interrogarsi se sia eticamente corretto raggiungere il solo risultato di un mantenimento artificiale della vita anche di fronte alla chiara e incontrovertibile evidenza di gravissimi danni, ad esempio cerebrali, irreversibili. L’angosciosa domanda che da medici ci dovremmo fare è se così facendo non rischieremmo di mantenere viva anche la percezione della sofferenza in pazienti che mai avranno speranza di ripresa o anche solo di miglioramento.

Di fronte a vicende dolorose occorre uno spirito di partecipazione umana, di compassione e di vicinanza, uno spirito attento però a non farsi travolgere dall’impeto di emozioni che deformano la realtà e che portano a emettere giudizi impietosi anche nei confronti di chi cerca di fare per i pazienti tutto ciò che è umanamente possibile.

di Ferdinando Cancelli

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19 settembre 2019

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