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David Golder

· Il romanzo ·

Quando Irène Nemirovsky scrisse il racconto breve David Golder (1929) fu accusata di antisemitismo. Il protagonista era, infatti, un vecchio ebreo che era stato venditore di stracci a New York ma che, usando ogni spregiudicatezza, si era smisuratamente arricchito. In realtà l’autrice, che era ebrea e morì in un campo di concentramento, non aveva ovviamente alcuna intenzione antisemita bensì quella di scrivere un’audace, profonda e crudele storia sul denaro. È il denaro che muove ogni azione del vecchio finanziere che al suo dio sacrifica tutto: affetti, amicizie, sentimenti, la sua stessa vita fino a ritrovarsi solo e circondato dall’odio di fronte alla morte. Per Golder i soldi non sono un mezzo per vivere e far vivere meglio, non sono uno strumento per arrivare a un futuro migliore, non sono, come nell’etica protestante, delineata da Weber, la dimostrazione del proprio valore o della benevolenza di Dio: il danaro ha un valore in sé, che quasi prescinde dall’uso che se ne fa e dalle conseguenze che quest’uso può provocare. Il libro può essere letto oggi come una metafora di quello spregiudicato mondo della finanza dove il denaro produce e riproduce se stesso annullando ogni umanità. (@ritannaarmeni)

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12 dicembre 2019

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