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Davanti ai migranti

· Umanesimo o antiumanesimo ·

Negli ultimi anni si è diffusa una paura collettiva nei confronti del “forestiero” e del “povero”, in una parola del “migrante”, che sebbene, in prima battuta, rappresenti una reazione psicologica facilmente comprensibile e forse persino giustificabile, non può essere in alcun modo incentivata. Questa paura diffusa, infatti, se non viene in qualche modo incanalata e “spiegata” nei tradizionali luoghi di mediazione sociale (famiglia, scuola, associazionismo, agenzie politiche, strutture ecclesiastiche), può essere alla base di alcuni fenomeni controversi — come l’emergere di quei populismi in cui si può ravvisare una strisciante xenofobia, o come la sempre più rumorosa volontà di costruire dei muri di separazione tra una nazione e l’altra — che io non oserei a definire di “antiumanesimo militante”.

Questi fenomeni, infatti, nonostante acquisiscano qualche consenso anche nell’opinione pubblica cattolica, rappresentano, inequivocabilmente, l’esatta negazione del tradizionale insegnamento della Chiesa sulla dignità della persona umana e la più completa antitesi di quell’umanesimo cristiano che rappresenta non solo una delle grandi eredità del concilio Vaticano ii, ma anche la bussola d’orientamento valoriale su cui la Chiesa italiana e i pontefici hanno molto insistito negli ultimi decenni. Basti pensare, per fare un esempio, agli interventi di Francesco sull’umanesimo e l’Europa, oppure all’ultimo Convegno ecclesiale di Firenze del 2015, dal titolo In Gesù Cristo il nuovo umanesimo, con cui la Chiesa italiana ha tracciato la strada pastorale per i prossimi anni.

I principi dell’umanesimo cristiano, che non rappresenta in alcun modo una deriva antropocentrica e mondana come spiegò Paolo vi nel memorabile discorso di chiusura del concilio, si fondano, infatti, sull’incalpestabile dignità umana di ogni uomo e donna, in ogni momento della vita e, soprattutto, in ogni circostanza dell’esistenza. A partire da quelle vite caratterizzate dalle condizioni più disagiate e svantaggiate: come quelle dei poveri, dei migranti e dei rifugiati. La Chiesa cattolica si è da sempre occupata di questo fenomeno. È sufficiente richiamare il ruolo che ha svolto la Congregazione per la propagazione della fede nella seconda metà dell’Ottocento, oppure l’opera di alcuni grandi vescovi italiani come Giovanni Maria Scalabrini e Geremia Bonomelli e, infine, alle felici intuizioni di Papa Pio X, tra le quali ricordo l’istituzione, nel 1914, di quella che oggi viene chiamata «Giornata mondiale delle migrazioni».

di Gualtiero Bassetti

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12 dicembre 2019

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