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Dare voce
alle persone vulnerabili

· Il diario di una gemella siamese in un romanzo di Sarah Crossan ·

«Vogliamo un mondo in cui la vulnerabilità sia riconosciuta come l’essenza dell’uomo. Che lungi dall’indebolirci, ci rafforza e ci dona dignità. Un luogo di incontro comune che ci rende più umani». Sono queste le parole che la piccola Maria, affetta da sindrome di down, ha pronunciato lo scorso 7 settembre durante l’incontro con Papa Francesco nel cortile della nunziatura apostolica di Bogotá. Parole forti e scomode che la società di oggi fatica ad ascoltare, ma che tracciano invece un binario importante per tutti senza esclusione: se infatti — come ha aggiunto il Pontefice in quella stessa occasione — «abbiamo bisogno che questa vulnerabilità sia rispettata, accarezzata» affinché «dia frutti per gli altri» è proprio perché in realtà «siamo tutti vulnerabili. Tutti».

L’abbraccio tra Papa Francesco e Maria il 7 settembre a Bogotá

Le parole di Maria ci riecheggiano in testa mentre leggiamo l’ultimo romanzo della scrittrice irlandese Sarah Crossan, One (Milano, Feltrinelli 2017, pagine 400, euro 15) che racconta la storia di altre due ragazzine, le gemelle Grace e Tippi. La storia inizia una sera di fine estate, quando la madre annuncia che da settembre la loro vita cambierà: essendo le donazioni finite, al posto dell’istruzione a domicilio ricevuta sino ad allora, le gemelle dovranno andare a scuola.
Grace — l’io narrante — tace, mentre Tippi esplode di rabbia. «Vuoi scherzare? Ti ha dato di volta il cervello?». Perché, come Grace spiega poco dopo al lettore, «io e Tippi non siamo esattamente “normali”. Non siamo come le persone che vedete tutti i giorni — o in una qualsiasi delle vostre giornate — se è per questo. Le persone con un minimo di buona educazione ci chiamano “gemelle siamesi”, ma ci hanno affibbiato anche altri appellativi: scherzi di natura, creature diaboliche, mostri, mutanti, una volta perfino “demone a due teste” e in quell’occasione ho pianto così tanto che ho avuto gli occhi gonfi per una settimana».
Nel corso del romanzo Grace racconta dunque i sette mesi passati tra scuola e famiglia a partire da quella sera di agosto, sette mesi alle prese con vecchi e nuovi problemi. Le enormi novità dovute all’incontro con i coetanei — tra molto disprezzo, qualche inaspettata amicizia e le prime cotte — si uniscono infatti a una vita familiare accidentata e mai noiosa (il padre disoccupato e alcolizzato; la madre che mantiene tutti, fino all’inaspettato licenziamento; una nonna rugosa e ironica; la sorella quattordicenne, ribattezzata Drago, con la passione per la danza).
A differenza dei suoi precedenti romanzi scritti di getto, per One ci sono voluti mesi prima che Sarah Crossan sedesse al computer per iniziare a narrare. «Vidi un documentario sulla Bbc dedicato alle sorelle siamesi Abby e Brittany Hensel: rimasi catturata dall’idea della loro esistenza, affascinata dal modo in cui queste due incredibili donne riuscissero a vivere come due persone distinte in un solo corpo. Così decisi che avrei imparato quanto più possibile sui gemelli siamesi. Sapevo che vi era un potenziale romanzo in tutto questo, ma ero terrorizzata dall’idea di scrivere su qualcosa che mi era del tutto sconosciuto». Seguirono dunque lunghi mesi di ricerche: «Volevo scriverne, ma volevo farlo in modo onesto e accurato perché più leggevo sull’argomento, più realizzavo quanto sono state fraintese e male interpretate le vite di queste persone».
Chiunque sia stato malato o straniero lo sa; come lo sa chiunque abbia una disabilità, una particolarità accentuata, un colore di pelle o di capelli non consono: c’è spesso una grande frattura tra la percezione che si ha di se stessi (e della propria vita) e lo sguardo che si riceve dal mondo. Pietoso, imbarazzato, disgustato, condito da falsa e ipocrita gentilezza: sono tante le varianti possibili per un atteggiamento capace di esprimere, comunque, sempre un rifiuto.
Esattamente questa grande frattura al centro del diario di Grace. «Un ragazzo di nome Jon all’ora di arte si presenta tendendoci la mano e guardando me e Tippi a turno come se fossimo davvero due persone. (...) Voglio che Jon senta la mia voce, anche se è identica a quella di mia sorella. E voglio che guardi me nello stesso modo in cui sta guardando Tippi: con gli occhi fissi su di lei senza la minima traccia di orrore». Nulla è facile, ovviamente. Ma se servono sangue freddo, pazienza e la puntuta e ironica dialettica di Tippi per affrontare il quotidiano, il diario di Grace dimostra che rabbia e lacrime non sono certo ostacoli a una vita piena e completa.
Una vita che — al di là di quel che il mondo riesca a vedere — è molto più che essere soltanto sorelle siamesi. Quando infatti la ragazzina legge la lapide «Amate gemelle siamesi» posta sulla tomba di Daisy e Violet Hilton, nate in Inghilterra ai primi del Novecento, commenta: «Come se questa fosse stata l’unica loro qualità».
Poi però, un giorno di fine novembre, irrompe la tragedia: il cuore di Grace è collassato e se la ragazzina continua a vivere è solo perché quello di Tippi lavora per due. Nel romanzo entra così in scena il tema della separazione, che è poi il grande tema al centro delle vere vite dei gemelli siamesi.
Perché se a noi “normali” quella di dividersi pare la sola scelta possibile (anche se medicalmente rischiosa) per poter cercare di vivere una vita “normale”, per chi vive questa comunanza fisica non lo è affatto. Ne sono esempio le gemelle Abby e Brittany Hensel (nate in Minnesota nel 1990, dopo la laurea sono diventate maestre di scuola) che hanno affermato di non volersi mai separare. Anche nel romanzo le gemelle inizialmente non vorrebbero, ma poi Grace cambia idea e insiste: l’operazione deve essere fatta per salvare la vita di Tippi.
Se quel che succederà non lo sveleremo al lettore, speriamo però di aver almeno suggerito che è possibile avvicinarsi con un altro sguardo alla vulnerabilità più eclatante. «“Qualunque cosa succeda domani, in fondo siamo andate più in là di quanto tutti si aspettassero”, dice Tippi, facendo dondolare la gamba sopra la collinetta erbosa sottostante. E io capisco che non sta parlando dell’arrampicata sull’albero. “Sono quasi felice. Tu no?”».

di Silvia Gusmano

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23 ottobre 2019

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