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Dare risposte a chi cerca Dio

· Globalizzazione e valori comuni da difendere al centro del World Summit of Religious Leaders a Baku ·

Il 26 e 27 aprile si è svolto a Baku, in Azerbaigian, il quinto World Summit of Religious Leaders, con la partecipazione di rappresentanti cristiani, musulmani, ebrei, buddisti e indù provenienti da trentadue Paesi. Pubblichiamo qui di seguito una nostra traduzione dell'intervento del presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso.

Prima di tutto, desidero salutare quanti hanno organizzato questo importante vertice: sua santità il Patriarca Cirillo, capo della Chiesa ortodossa russa, e sua eccellenza lo Sheykh-ul-Islam Allahshükür Pasha-Zadé. È per me un privilegio rappresentare la Santa Sede fra voi, insieme con l'arcivescovo Claudio Gugerotti, nunzio apostolico in Azerbaigian, e gli altri membri della mia delegazione: padre Milan {U-Zcaron}ust, collaboratore del cardinale Kasper, e padre Filippo Ciampanelli, segretario della nunziatura apostolica. Desidero cogliere l'opportunità di esprimere al presidente dell'Azerbaigian, sua eccellenza Ilham Alyev, la nostra profonda gratitudine per la generosa ospitalità che ci è stata concessa e la nostra più profonda stima. Non posso non menzionare la presenza fra noi di sua santità Karekin ii, Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli Armeni, e di tutti gli altri religiosi che Papa Benedetto XVI mi ha chiesto di salutare, con amore fraterno.

Il tema che ci fa riunire — «Globalizzazione, religioni, valori tradizionali al servizio del mondo» — ha catturato l'attenzione di Papa Benedetto XVI che, nell'inviarmi da voi, non solo desidera assicurarvi dei suoi buoni e ferventi auspici per il successo della vostra opera, ma anche esprimere pubblicamente il suo interesse per le vostre riflessioni. Questo interesse non sorprende perché il Papa, nella sua ultima enciclica, Caritas in veritate , ha scritto: «La verità della globalizzazione come processo e il suo criterio etico fondamentale sono dati dall'unità della famiglia umana e dal suo sviluppo nel bene». E, pur invitando uomini e donne oggi a viverla «in termini di relazionalità, di comunione e di condivisione» (n. 42), ha raccomandato il rispetto per il principio di sussidiarietà che è «particolarmente adatto a governare la globalizzazione e a orientarla verso un vero sviluppo umano» (n. 57).

L'assemblea interreligiosa che formiamo è un forte simbolo di questa possibilità — in realtà una vocazione — che i credenti hanno di vivere la diversità nell'unità, nella consapevolezza che «Dio ci dà la forza di lottare e di soffrire per amore del bene comune, perché Egli è il nostro Tutto, la nostra speranza più grande» (n. 78).

Un'osservazione è necessaria: il mondo globalizzato in cui viviamo non è automaticamente fraterno. Al massimo possiamo dire che è un mondo ambiguo. Ha compiuto progressi grandiosi (mi riferisco al progresso scientifico, all'educazione per tutti, a tutto ciò che concerne i diritti umani fondamentali...), ma soffre anche per ovvi fallimenti (povertà, pandemie, guerre, fragilità della famiglia, spreco di risorse naturali). Di conseguenza molte persone sono disilluse e inclini a un vero e proprio pessimismo.

Inoltre, si tratta di un mondo organizzato senza Dio (a volte anche contro Dio!). Tuttavia — e questo è il paradosso — dopo un secolo di propaganda atea in Europa centrale e orientale, la fine dell'uniformità culturale, l'invasione del relativismo, lo sviluppo del pluralismo e la collocazione delle religioni in quarantena nella sfera privata, la «Religione» è diventata in alcuni anni un fattore inevitabile nel dialogo pubblico. Ci è stata inflitta la morte di Dio e ora Dio «si sta vendicando» (Kepel).

Infatti, molte persone hanno dimenticato che l'uomo è la sola creatura che pondera «il significato del significato». È la coscienza (la capacità di riflettere sul proprio destino, sul significato della vita e della morte) che lo distingue dal regno animale e vegetale. Oggi come ieri, l'uomo si pone domande essenziali. Lo fa nel contesto di società pluralistiche e religiosamente indifferenti. Tuttavia, come i suoi antenati, si rivolge ancora ai Cieli per ottenere risposte!

Noi, i credenti, apparteniamo a questo mondo. Condividiamo i problemi e le speranze dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in umanità. È in questo mondo che Dio ci ha piantato affinché rechiamo frutto!

Mi chiedo se siamo consapevoli a sufficienza del fatto che molti uomini e molte donne dei nostri tempi, anche senza saperlo, cercano Dio o vagano per le strade del mondo virtuale, spesso sopraffatti da una povertà fisica o morale, o lottano con la propria identità per scoprire il loro sacerdozio e la loro dignità che derivano dal loro Creatore. Sì, abbiamo una Missione: rivelare (svelare) a quanti vivono oggi che sono «abitati» da Dio, che li ama e desidera la loro felicità.

Dobbiamo farlo secondo le nostre rispettive tradizioni religiose, con rispetto per la coscienza di ognuno, nella pratica di un dialogo interreligioso che eviti due trappole: relativismo e intolleranza. Tuttavia, insieme possiamo fare molto: fra cristiani, ovviamente, ma anche fra cristiani e non cristiani. «Le nostre rispettive tradizioni religiose insistono tutte sul carattere sacro della vita e sulla dignità della persona umana (...) Con tutti gli uomini di buona volontà, noi aspiriamo alla pace» (Benedetto XVI, 1° febbraio 2007). Inoltre, a quanti hanno incarichi negli affari pubblici ricordo quanto è importante instaurare rapporti fiduciosi con le autorità religiose per trarre valori dal patrimonio spirituale delle loro comunità che possono contribuire all'armonia di spiriti, all'incontro di culture e al consolidamento del bene comune. I valori di tolleranza religiosa promossi dall'Azerbaigian sono di certo una realtà da consolidare e un esempio da seguire.

Qual è dunque il contributo specifico dei credenti all'edificazione di questo mondo? Ricordare che «l'uomo non vive di solo pane» e invitarlo a una vita interiore - «L'infelicità degli uomini viene da una cosa sola, non sapersene stare in pace in una stanza» (Pascal); rendere disponibile tutta la conoscenza che deriva dall'esperienza dei nostri incontri di preghiera, nei quali la diversità e l'unità convivono in armonia; insegnare l'attenzione per gli altri: abbiamo diritti, ma anche doveri; insegnare, nelle nostre famiglie, nelle nostre scuole e nelle nostre comunità la pedagogia della pace: «non possiamo essere felici gli uni senza gli altri e ancor meno gli uni contro gli altri; adottare uno stile di vita rispettoso delle risorse della terra e dell'ambiente, che ci faccia pensare agli altri e alle generazioni future; non essere timidi quando di tratta di ricordare ai responsabili della società che senza libertà e solidarietà non sono possibili né la pace né la felicità; non cedere mai di fronte alle pretese della tecnologia: penso chiaramente a certi esperimenti nella sfera della biologia che potrebbero condurre a un allontanamento da un approccio equilibrato alla gestione del creato.

Infine, desidero esprimere il desiderio che possiamo riuscire ad ascoltarci gli uni gli altri in questi giorni. Ci verrà chiesto di riferire del nostro lavoro. Di certo stiamo esponendo liberamente opinioni e idee al servizio dei potenti di questo mondo. Siamo responsabili religiosi che ascoltano «religiosamente» questo mondo precario e pluralista, il nostro mondo. Desideriamo offrire a esso quel che possediamo di più prezioso: la convinzione che «il mondo non è frutto del caso né della necessità, ma di un progetto di Dio» ( Caritas in veritate , n. 57). È questo che ci spinge a «unire i [nostri] sforzi con tutti gli uomini e le donne di buona volontà di altre religioni o non credenti, affinché questo nostro mondo corrisponda effettivamente al progetto divino: vivere come una famiglia, sotto lo sguardo del Creatore» ( ibidem ).

Quindi sorge in me una domanda, che potrebbe essere, come è stato, un faro per questi giorni di riflessione: forse noi, i credenti, siamo responsabili della speranza del mondo?!

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19 aprile 2019

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