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Dare le parole
a chi non le ha

· Ultimo giorno di scuola alla Penny Wirton ·

Casal Bertone. Un piccolo triangolo ubicato all’inizio della periferia romana, delimitato a sud e a ovest dai binari ferroviari che conducono, rispettivamente, alle stazioni Termini e Tiburtina. Non a caso uno dei primi edifici qui sorti è il Palazzo dei ferrovieri, riconoscibile nel film di Pasolini Mamma Roma. Già Mario Monicelli, però, aveva girato I soliti ignoti in questa zona urbana popolare, chiusa a nord da una corsia preferenziale riattivata di recente in modo problematico e a est da via di Portonaccio e via Pettinengo, tra le cui abitazioni si affacciano gli orti sociali del Villaggio 95 e risuona la musica di due storici locali della vita notturna romana, il Qube e il Monk (già La Palma), con tutte le luci e le ombre che la gente della notte porta con sé.

La scuola di italiano per migranti  fondata da Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi in  via Domenico De Dominicis a Roma

Tra questi chiaroscuri, ossia laddove deve primariamente stare, il Corpus Domini consacrato da Papa Francesco è stato portato in processione dal cardinale Angelo De Donatis, partendo dalla grande chiesa di Santa Maria Ausiliatrice sino a Casa Serena, una struttura dei Missionari della Carità rivolta all’accoglienza dei senza fissa dimora. Qui, in alcuni locali seminterrati di via Domenico De Dominicis messi a disposizione dalla Regione Lazio, si nasconde anche una scuola che affronta una delle odierne sfide urbane scommettendo tutto sull’insegnamento gratuito della lingua italiana ai migranti: la Penny Wirton, fondata da Eraldo Affinati e Anna Luce Lenzi.

La campanella è suonata l’ultima volta per quest’anno scolastico il 12 giugno, dopo trentacinque settimane di lezioni svoltesi sempre di martedì e mercoledì pomeriggio, riservando il giovedì alla formazione dei nuovi insegnanti volontari. Docenti, studenti universitari, altri lavoratori in pensione, ma anche giovani delle scuole superiori, spesso indirizzati verso la Penny Wirton dai propri insegnanti di lettere, storia e filosofia, religione. Di questi ragazzi, Alberto, Angelica, Edoardo, Eva, Flaminia, Giorgia, Paola, Pietro e Wally hanno accolto la nostra proposta di condividere con i lettori qualche riflessione originata dal servizio svolto: parole da mangiare, però, con la stessa gradualità e delicatezza che loro stessi hanno sperimentato per primi in quei sotterranei.

Alcuni, infatti, hanno confessato di aver tentato la «sfida» perché il percorso «dava ore di Alternanza scuola lavoro», altri di essere stati inizialmente preda dell’«ansia» o di una certa «confusione» per ciò che avrebbero incontrato, altri ancora di aver preso la decisione in modo del tutto «incosciente». Eppure, non c’è stato uno studente o una studentessa per cui questa esperienza «ardua» e «difficile» non sia stata al contempo «toccante» e «impressionante». Perché — dice sottovoce Alberto — «tasti veramente con le tue mani le vite sopravvissute di persone che un anno prima hai visto al Tg sbarcare al porto di Catania o in mare aggrappate alle ciambelle di salvataggio»; perché, ammette Eva, «fa male scoprire questo genere di realtà», a partire — aggiunge Angelica — da quelle «cicatrici che alcuni di questi miei coetanei avevano sugli zigomi e la cui origine non si vergognavano di raccontare».

D’altronde, sin dal mito della caverna di Platone e dal libro del Qoèlet, dolore, fatica e sofferenza sono inseparabili dall’acquisizione di nuove conoscenze, di vere e proprie apocalissi che — riconosce Wally — «ti aprono gli occhi, ti svelano che dietro a un numero sterile o ai rumorosi slogan politici si nascondono ragazzi, genitori e nonni», che la distanza tra noi e loro «non sono altro che 50 centimetri di banco scolastico». Il problema, fa notare Giorgia, è che questo piccolo spazio posto tra insegnante e allievo, quando sono seduti l’uno «di fronte» all’altro, può diventare «uno scoglio insormontabile» che può — anzi deve — essere superato, suggerisce Eva, solo mediante un «salto».

Senonché, insegnava Kierkegaard, questo «salto» è sempre un salto della fede, ovvero — nei termini più laici dei giovani d’oggi — il salto che si compie nel fidarsi dell’altro, nell’affidarsi all’altro. Infatti, ricorda Alberto, «se non c’è fiducia reciproca il messaggio e l’insegnamento non passano assolutamente: ogni volta c’è sempre l’incognita dello studente che cambia e appena arriva lo studente nuovo, in una frazione di secondo, bisogna conquistare la sua fiducia, farsi carico del suo sguardo» — sia quando esso è pieno «d’imbarazzo», come nota Giorgia, sia quando «ti guardano con gli occhi lucidi, sorridenti, solo velati di malinconia, e il timore di “dire la parola sbagliata” o di fare domande personali passa subito», come testimonia Angelica.

Molto quindi della relazione personale e didattica si gioca «in questo primo istante di avvicinamento» di cui parla Alberto, rispetto al quale i giovani d’oggi — «l’adesso di Dio» (Christus vivit 178) — sono forse avvantaggiati: essi sanno bene, grazie alle vicende distopiche narrate nel fumetto V per vendetta (poi diventate un film altrettanto conosciuto), che in ogni dittatura la libertà interiore di ciascuno di noi — come quella della protagonista — si decide «all’interno di quel centimetro». Di conseguenza, se il kairòs dello scambio di sguardi riesce ad avvenire in un’ottica di fiducia reciproca, se si riescono a elaborare ogni volta «strategie diverse» per creare la giusta «empatia» (Flaminia), allora è possibile che da quella «sincerità di gesti» nasca anche il «clima di “scambio”» evocato da Giorgia.

Da un lato, spiega Eva, durante questa «piccola ma preziosa condivisione di tempo» viene offerto uno dei doni più grandi e generativi che un essere umano possa ricevere: «dare le parole a chi non le ha» per «concedere l’accesso a un mondo nuovo» — «trasformare le parole in dono», con il linguaggio del vescovo di Roma, perché «le parole di bene generano una storia di bene» (Corpus Domini, 23 giugno 2019). Dall’altro lato, conoscendo questa metodologia didattica dell’“a tu per tu” o per piccolissimi gruppi, si comprende facilmente lo stupore gioioso che porta Pietro a esclamare: «Ho scoperto nuove culture, lingue, ricette, ho imparato un po’ di geografia e ora so anche cavarmela a dama: sono riuscito a fare il giro del mondo in molto meno di 80 giorni».

Questo scambio di doni, inoltre, come auspica Derrida, non sembra essere «avvelenato». È vero, come avverte Angelica, che la percezione propria dei giovanissimi insegnanti di aver ricevuto più di quanto hanno dato può apparire un po’ «moralista». Ma è anche vero che essa matura molto velocemente verso la consapevolezza del fatto che chi riceve ha più bisogno di chi dà, e che chi dà prova questo stupore perché comincia a capire che “sa di non sapere”, che «si deve disimparare per imparare nuovamente» (Rubem Alves): «neanche un filo di rancore traspare dai loro sguardi, e non te lo aspetteresti mai: come fai a non avercela con nessuno dopo tutto quello che hai passato altrove?», si domanda Angelica. E confessa Paola: «Ho riflettuto su quanto sia importante conoscere la lingua del paese che ti ospita, essa è il presupposto di tutto: come fai a farti capire? Come capisci gli altri e le loro intenzioni? E di conseguenza, come esprimi la tua opinione, come fai a farti sentire? Non conoscere la lingua equivale quasi a non esistere!».

Ecco perché il «buon umore e il piacere», la «soddisfazione» e la «gratificazione» — addirittura la «dipendenza» — di cui fanno esperienza tutti questi giovanissimi insegnanti sfuggono al sospetto di essere forme di autocompiacimento e si manifestano invece come sentimenti veraci: «a fine lezione ci si sente sempre un po’ meglio nonostante la stanchezza; non dipende nemmeno da quello che si dice, ma da una sorta di atteggiamento di curiosità misto a gratitudine che è davvero autentico» (Giorgia), e che magari è sorto proprio osservando «gli alunni (più o meno adulti) uscire dalla grande sala chiacchierando tra loro e confrontando le cose appena imparate, quasi gareggiando per scoprire chi avesse appreso di più» (Edoardo).

Questi sentimenti mi riportano al senso profondo di quell’«andate in pace» che dischiude la celebrazione liturgica domenicale e che potremmo tradurre qui con l’invito a visitare una delle scuole Penny Wirton costituite in più di quaranta città italiane: lì sarete sempre attesi. E se per caso la vostra zona ne fosse sprovvista, potreste interpretare questa lettura come un piccolo segno dei tempi che vi invita a creare un’altra pretiósa margaríta (Matteo 13, 46). Perché anche nei quartieri dove sembra che «il sole del buon Dio non dà i suoi raggi», possa cominciare — non solo tramite l’ostensorio — a rifrangersene qualcuno.

di Sergio Ventura

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29 gennaio 2020

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