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Per dare ali
al pensiero

· Allenaza tra filosofia e teologia ·

Due amici, la filosofa Patrizia Manganaro e il teologo Riccardo Ferri si scambiano, da Breslavia (Wrocław) a Roma, nove lettere in Pensieri concentrici. Lettere fenomenologiche al teologo (Lanciano, Edizioni Carabba, 2016, pagine 117, euro 15). Entrambi docenti universitari, riconoscono nel loro lavoro una missione, un Lebensberuf, un compito vitale. Entrambi sono alla ricerca dell’arché, di quel principio originale che tutto fonda.

Piero Coda, nella prefazione al libro, ne descrive il nucleo: «È come se il pensiero, oggi, avesse le ali tarpate» e indica il vettore che invece conduce i due autori ad aprirle: «la testimonianza profetica di Edith Stein». La santa fenomenologa continua infatti ad emanare luce nel nostro secolo proprio «dallo strappo di una morte anonima, impersonale». Tutta la sua vita, segnata dalla passione per la ricerca della verità, ha contagiato i due interlocutori: «La verità obbliga. La verità stringe e costringe. Il filosofo come il teologo. Quale laccio può essere così lieve, e così saldo?».
Fiumi d’inchiostro sono stati versati per chiarire o impostare il rapporto filosofia-teologia, con esiti diversi, incerti sempre, comunque avvincenti. Proprio per questo, in tale carteggio filosofia e teologia possono procedere insieme e servire la persona così da «ridare le ali al pensiero per ridare speranza al mondo».
Indubbiamente la memoria rimanda all’interrogativo di Wittgenstein: «Qual è il tuo scopo in filosofia? Indicare alla mosca la via d’uscita dalla trappola». Per Patrizia Manganaro e Riccardo Ferri invece si tratta di sostare nell’Orto botanico di Breslau-Wrocław, nella sua pace e nel suo silenzio «immagine del nostro carteggio come di un giardino dei pensieri. Di profumi, di fragranze, colori. E soprattutto terra. Terra e radici». Proposte di riflessione, interrogativi, stati d’animo e riflessioni pensose partono dalla Polonia e trovano accoglienza a Roma in un intreccio che magnetizza: «la capacità di ascolto del pensiero-e, per ciò, di domanda: è la filosofia. La capacità di risposta del pensiero-e, per ciò, di attenzione: è la teologia. Sì che l’una, in verità, non può darsi senza l’altra».
Con un fondamento, l’umiltà, troppo spesso obnubilata dai ricercatori dei due campi, «che spoglia di ogni rischio prometeico l’anelito dell’intelletto a spingersi oltre, a superarsi per avvicinarsi iperbolicamente a Colui che mai potrà essere afferrato e carpito».
Non si può sfuggire da un dato ineludibile: «il centro da cui sempre di nuovo rinasce il pensiero, ogni volta ch’è capace d’inabissarsi in esso per slanciarsi da esso sempre al di là, è la morte a sé, lo svuotamento di sé, il farsi tutto dono per attingere — al di là di sé, appunto — ciò che veramente si è». Giovanni Paolo ii ha colto la sintesi perché «individua nell’intelligenza “della kènosis di Dio, vero e grande mistero per la mente umana” l’impegno centrale della teologia, “la cui coerente soluzione non potrà essere trovata prescindendo dall’apporto della filosofia”».
Entrando nel regno della verità si entra nel regno dell’amore agapico. Benedetto xvi lo ha inequivocabilmente dichiarato: «l’amare Dio spinge l’uomo verso una conoscenza sempre più profonda e penetrante di Lui, una conoscenza tuttavia non asettica e distaccata, ma che nasce e cresce nell’incontro, una conoscenza che a sua volta diventa amore».

Per quanto possa sembrare paradossale quanto emerge e si staglia in questo carteggio, duttile e fluido, sono «le ragioni kenotiche del filosofare», in ampio e severo contrasto con il filosofare attuale ed antico, che portano a sostenere «il primato della ragion “patica” in grado di contrastare la malattia mortale dell’occidente: l’ipertrofia dell’ego». Sembra, di primo acchito, che si sia saltato un passaggio oppure si siano valicati i confini precisi delle due discipline, mentre al contrario la sintesi è riflessa accuratamente all’interno del personalismo fenomenologico di matrice steiniana che mette al suo centro appunto la persona. Allora lo iato è inesistente: «il punto teoreticamente rilevante è che l’identità che si svuota di sé, che rinuncia a sé e si libera dalle catene dell’io apparente rimanda alla possibilità filosofica di un io non egocentrato, e dunque a una forma di razionalità parimenti non-egologica. Questa la forza della ragione patica, kenotica». Nella conclusione Patrizia Manganaro afferma: «filosofia e teologia. La loro comune radice sta in quella forza inquieta, insita nel pathos della conoscenza, nella ferita del Logos che ne è pure la condizione di salvezza. La ragione ferita. La ragione salvata».

di Cristiana Dobner

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23 marzo 2019

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