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Dante per immagini

· Dalle miniatura trecentesche ai giorni nostri ·

Nel XV secolo, all’epoca di Sandro Botticelli e dell’umanista Cristoforo Landino, Dante Alighieri era stato avvolto nelle vesti del poeta neoplatonico, privilegiando così la dimensione spirituale e catartica sottesa alla Divina Commedia. Con il trascorrere dei secoli la cifra etica ha lasciato gradualmente il posto, nelle arti visive, a una lettura meno aulica e più pragmatica dei versi del divino poeta: l’accento venne posto in primis sulle emozioni e sui sentimenti dei protagonisti che di volta in volta entrano in contatto con Dante. Ecco allora che nell’Ottocento egli venne a configurarsi come l’incarnazione del poeta romantico per eccellenza, colui che, meglio di altri, sa dare voce e sfogo al turbinio interiore che agita parimenti sia i peccatori che i santi. Artisti come Eugène Delacroix e Ary Scheffer riconobbero nella Commedia un pregiato e geniale strumento capace di dare una cristallina traduzione visiva di grandi personalità e di sventurate eroine, le quali, a loro volta, assurgono a simboli di passioni e tensioni eterne. 

Arnold Böcklin, «Paolo e Francesca» (1893)

Questo caleidoscopio di sensazioni e vibrazioni suggestivamente si specchia nel libro di Lucia Battaglia Ricci Dante per immagini. Dalle miniature trecentesche ai giorni nostri (Torino, Einaudi, 2018, pagine 302, euro 60), impreziosito da splendide immagini (alcune delle quali illustrano questa pagina) che contribuiscono a ricreare l’atmosfera magica, e al contempo ineffabile, del capolavoro dantesco.
Certo è che la plasticità delle figure descritte da Dante — figure che «sembra si possano toccare con mano tanto risultano in straordinario rilievo», sentenziava l’insigne dantista Vittorio Sermonti — ben si presta a essere riprodotta sulla tela e in una scultura. Non a caso vi è una lunga tradizione di critici che nel coomentare la Commedia hanno sottolineato che Dante prima ancora di essere un poeta è stato un pittore, e non meno grande del poeta.
Nel dipinto di Arnold Böcklin (1893) rivive così, in tutta la sua drammaticità, il celeberrimo episodio di Paolo e Francesca, e le famose incisioni di Paul Gustave Doré valgono a immortalare episodi del viaggio dantesco che già di per sé vivono indelebili nella memoria di ogni lettore. Di queste incisioni il volume ripropone, tra le altre, quelle relative allo Svenimento di Dante, e a Minosse, entrambi nel V canto dell’Inferno.
In un contesto così vivo e magmatico non potevano certo mancare gustose curiosità. Come quella riguardante Auguste Rodin cui, nel 1880 — allora era quasi un perfetto sconosciuto — il ministero della Pubblica istruzione francese commissionò la porta decorativa da utilizzare per il Musée de Arts Décoratifs di cui era prevista la costruzione (dove oggi sorge il Musée d’Orsay). A Rodin erano state imposti il soggetto e la tipologia della decorazione: una serie di bassorilievi con scene tratte dalla Commedia. Di tale commissione Rodin fu ben felice, visto che era un lettore appassionato del poema. Iniziata immediatamente, con fervida passione, l’opera è andata incontro, nel corso degli anni, a profonde rielaborazioni — evidenzia Lucia Battaglia Ricci — raggiungendo una forma pressoché definitiva attorno al 1887. Ma quando Rodin morì, nel 1917, la monumentale scultura era ancora in gesso, a testimoniare che per il suo autore essa era sempre suscettibili di ulteriori interventi, nel segno della ricerca di una perfezione assoluta sentita come doveroso omaggio alla grandezza di Dante.
Ma fu Delacroix a rendere gli onori più solenni al divino poeta. Il celeberrimo olio La barca di Dante fu presentato la prima volta al Salon des Beaux Arts di Parigi del 1822 e venne immediatamente adottato dai contemporanei come un vero e proprio manifesto del romanticismo. Il soggetto è tratto dall’VIII canto dell’Inferno: in primo piano sono ritratti Dante e Virgilio mentre attraversano il largo fossato del fiume Stige su un’imbarcazione guidata da Flegias, il custode del quinto cerchio. Con colori accessi, persino aggressivi, l’artista ritrae il momento in cui la navicella viene attaccata dai dannati della palude stigia, dove scontano la loro pena gli iracondi e gli accidiosi. Quando il dipinto fu esposto i critici si divisero in due. C’è chi lo stroncò, come Étienne-Jean Delécluze, uno dei giudici del Salon, definendolo «un’imbrattatura». E c’è chi lo elogiò, come Antoine-Jean Gros, altro giudice del Salon, il quale lo collocò alla stessa stregua dei capolavori di Pieter Paul Rubens. 

di Gabriele Nicolò

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