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Dante e l’imperatore

· La donazione di Costantino era considerata dal poeta un’opportunità e un rischio, una sorta di nuova prova per l’umanità ·

C’era una volta l’imperatore Costantino. Non comincia così una pagina di storia, ma così potrebbe cominciare la vita dell’imperatore come la conosceva Dante. Infatti tutte le nozioni su di lui che egli possedeva erano inestricabilmente legate alla leggenda. Nonostante tali fragili basi documentarie, questo personaggio ha un ruolo fondamentale nella concezione politica del poeta — e quando diciamo “politica” nel medioevo, prima di Machiavelli, intendiamo anche etica e teologica — dicevo ha un ruolo fondamentale, ma anche apparentemente contraddittorio, perché è un santo che ha combinato un guaio enorme per l’umanità.

Ecco come compare nel cielo di Giove, tra le anime che fecero della giustizia lo scopo della loro vita: queste si presentano al poeta come punti luminosi disposti in forma di aquila parlante, in cui è simboleggiata la giustizia e, allo stesso tempo, l’impero che della giustizia è la realizzazione.

La santità dell’imperatore è un dato tradizionale, benché come vedremo non sempre incontestato, dalla Vita Constantini di Eusebio di Cesarea in poi: stesa in greco all’indomani dell’Editto, è a metà tra un panegirico e un’agiografia. Dante avrebbe potuto senza difficoltà, data la sua spregiudicatezza e indipendenza di giudizio, distanziarsi da tale considerazione di Costantino, imputandogli la responsabilità di avere abbandonato l’impero di Occidente “al pastor”, cioè al Papa, ritirandosi a Bisanzio, cosa che fu sancita, come è noto, dalla famosa Donatio, di cui nel medioevo pressoché nessuno sospettava la falsità. Eppure il poeta riconosce la ”buona intenzion” dell’imperatore, e il suo “bene operare” secondo le leggi e la giustizia (“meco”, dice l’Aquila), proprio grazie al quale ha meritato il paradiso. La Donatio, secondo la visione di Dante, comportò gravissime conseguenze storiche e soprattutto istituzionali. La teoria etico-politica che sta alla base della Commedia e della Monarchia è messa in crisi soprattutto da questo documento. Di qui l’importanza che assume Costantino nell’opera dantesca: la storia dell’impero rivela in filigrana il disegno celeste. Per raccontarla viene chiamato Giustiniano, il quale oltre ad averne titolo particolare per essere stato imperatore, è colui che ha saputo riconoscere i segni divini, capacità che invece, nonostante tutto, mancò al suo predecessore. Se è vero che non si muove foglia che Dio non voglia, come recita il proverbio, è anche vero che esiste il libero arbitrio, quello che ha permesso ad Adamo ed Eva di cogliere il frutto proibito, e quello che ancora consente all’uomo di meritare o demeritare nell’aldilà, come ricorda l’Epistola a Cangrande, e anche quello che consente all’uomo, sia pure un imperatore, di fare qualche scelta sbagliata, o poco opportuna in relazione alle sue conseguenze, che invero non erano umanamente prevedibili. Le aveva previste bensì, ovviamente, il Padreterno, nel cui occulto disegno escatologico con ogni evidenza era inserita anche una nuova prova alla quale sottoporre l’umanità, ponendola di fronte a una occasione di per sé buona se sfruttata adeguatamente. La donazione di Costantino fu, per Dante, appunto questo: una responsabilizzazione dell’umanità di fronte, come vedremo, a un nuovo frutto proibito.

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19 novembre 2019

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