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Dante e l'armoniosa lira

· Il sommo poeta secondo Paolo VI ·

La Chiesa, soprattutto attraverso le parole e le azioni dei sommi Pontefi­ci, ha mostrato più volte il vivo e sentito desiderio di onorare degnamente la figura di Dante Alighieri, di tenere nella giusta considerazione la sua opera, considerandola come elemento essenziale del suo patrimonio culturale e religioso, per il suo profondo rapporto con la fede cristiana e con la riflessione teologica e filosofica sviluppatasi intorno alle verità della fede.

Ricordando i più recenti anniversari danteschi, ci si accorge che i Pontefici, a nome di tutta la Chiesa, hanno tributato al sommo poeta uno straordinario, singolare onore, dedicandogli importanti documenti magisteriali, che evidenziano eloquentemente il filo rosso della continuità nell’interesse e nella volontà di conoscenza e valorizzazione della figura di Dante Alighieri.

Alberto Martini  ex libris per la Divina Commedia (1901)

Nell’enciclica In praeclara summo­ rum, rivolta ai professori e alunni degli istituti letterari e di alta cultura del mondo cattolico, che reca la data del 30 aprile 1921, Benedetto XV celebrava il VI centenario della morte di Dante Alighieri. Per l’occasione il Pontefice aveva anche promosso il restauro del tempietto ravennate, attiguo alla basilica di San Francesco, che custodisce la tomba di Dante.

Con l’enciclica il Papa intendeva affermare ed evidenziare «l’intima unione di Dante con la cattedra di Pietro».

Ammirando, poi, «la prodigiosa vastità e acutezza del suo ingegno», il Papa invita a «riconoscere che ben poderoso slancio d’ispirazione egli trasse dalla fede divina». Tutta la Commedia, infatti, non ha altro fine che glorificare la giustizia e la provvidenza di Dio. Nel poema sono espresse le verità fondamentali della Chiesa cattolica, così da renderlo un «compendio delle leggi divine»: Dio uno e trino, la redenzione operata nel mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, la somma benignità e santità di Maria vergine madre, la gloria dei santi, ecc.

È Dante stesso, ricorda il Pontefice, a manifestare la sua comunione con la fede e la Chiesa: «il solo che detta è Dio»). E ancora, descrivendo la Chiesa romana, la definisce «madre piissima» e «sposa del Crocifisso». A riguardo invece dei noti attacchi contro la Chiesa del tempo, Papa Benedetto XV giustifica il sommo poeta: «Chi potrebbe negare che in quel tempo vi fossero delle cose da rimproverare al clero?».

Per Benedetto XV Dante «conserva la freschezza di un poeta dell’età nostra», anzi egli è molto più moderno di alcuni poeti contemporanei, i quali rievocano «quell’antichità che fu spazzata da Cristo, trionfante sulla croce». Coloro che negano a Dante tale merito e riducono la sostanza religiosa della Divina Commedia a una vaga ideologia «misconoscono nel poeta ciò che è caratteristico e fondamento di tutti gli altri suoi pregi».

Infine, Benedetto XV, guardando a ciò che si fa nelle scuole, lamenta lo studio non del tutto adeguato e fecondo del sommo poeta. Sebbene, infatti, là Divina Commedia sia annoverata tra i libri di testo, essa però non reca più «ai giovani quel vitale nutrimento che è destinato a produrre». Si tratta, allora, di fare in modo che Dante sia «tenuto nel dovuto onore» e conosciuto soprattutto come «il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano».

Nella ricorrenza del VII centenario della nascita di Dante, anche Paolo VI con la lettera apostolica Altissimi cantus, datata 7 dicembre 1965, evidenziava il profondo interesse della Chiesa per la figura di Dante. Con tale documento il Pontefice istituiva, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, una cattedra di studi danteschi. La lettera apostolica completava la serie di iniziative attraverso le quali Papa Montini volle esprimere l’ammirazione sua e di tutta la Chiesa per il cantore della Divina Commedia: il 19 settembre dello stesso anno aveva inviato per la tomba del poeta a Ravenna una croce d’oro, come segno della risurrezione che Dante professava, e il 14 novembre era stata incastonata nel battistero di San Giovanni a Firenze un’aurea corona d’alloro. Infine, a conclusione del concilio Vaticano II, il Papa aveva donato a tutti i partecipanti una pregiata edizione della Divina Commedia.

«Del signore dell’altissimo canto». Già con l’incipit della lettera aposto­ lica si evidenzia la centralità assoluta, in tutta la poesia italiana, del sommo poeta, definito «l’astro più fulgido» della nostra letteratura e, ancora, «padre della lingua italiana». Così scrivendo, Paolo VI rinnovava la profonda riconoscenza al poeta, e seguendo Benedetto XV lo annoverava tra tutti i grandi poeti cristiani, giacché «l’armoniosa lira di Dante risuona di mirabili tocchi, sovrana per la grandezza dei temi trattati, per la purezza dell’ispirazione, per il vigore congiunto e squisita eleganza».

«Dante è nostro», ribadisce Papa Montini, seguendo anche in questo Benedetto XV. «Nostro» nel senso di universale, ma anche nostro nel senso della fede cattolica. Ma neanche Paolo VI evita di ricordare le invettive di Dante contro la Chiesa dell’epoca, ad esempio quelle contenute nei canti III e XIX dell’Inferno.

di Gianfranco Ravasi

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19 agosto 2019

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