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Dante e i papi

· A Pisa un festival anticipa le celebrazioni del 2021 ·

Venturino Venturi, dal ciclo «Divina Commedia» (1998)

«Chi potrà negare che a quell’epoca non vi siano state tra il clero cose da riprovare capaci di disgustare profondamente un’anima devota alla Chiesa come quella di Dante?». L’autore di queste righe scritte in difesa del poeta che ha osato mandare all’inferno — in senso letterale — cinque papi è anch’esso un pontefice, Benedetto XV. In occasione del seicentesimo anniversario della sua morte nel 1921, papa Della Chiesa volle rendere omaggio a Dante con l’enciclica In preclara summorum copia hominum, certo che la sua veemenza anticlericale fosse in realtà solo una conseguenza del suo grande amore per la radicalità del messaggio evangelico.

Sono tanti i successori di Pietro che hanno apprezzato il sommo poeta italiano, sia in pubblico che in privato. Paolo VInei momenti di riposo amava farsi leggere a voce alta un canto di quel capolavoro che, raccontano i cronisti dell’epoca, Papa Leone XIII conosceva a memoria. Al vastissimo tema La Chiesa e Dante è dedicata una tavola rotonda che si svolge nel pomeriggio del 25 maggio, a Palazzo Blu, nell’ambito del festival «Danteprima» in corso a Pisa. All’incontro partecipano Daniele Menozzi e Adriano Prosperi (Scuola Normale Superiore), Francesco Traniello (università di Torino) e il direttore dell’Osservatore Romano. Il festival pisano anticipa le celebrazioni che nel 2021 ricorderanno l’Alighieri a settecento anni dalla morte: una quattro giorni di incontri, mostre, spettacoli, passeggiate, concerti, letture e film inaugurata il 23 maggio scorso con Inferno Novecento, rivisitazione teatrale a cura di Federico Tiezzi, Sandro Lombardi e David Riondino. Uno spettacolo nato da un’idea del drammaturgo Fabrizio Sinisi, che mette a confronto i personaggi dell’Inferno con icone del Novecento (da Lady Diana a Pier Paolo Pasolini) o con momenti cruciali della storia recente. Alternando episodi dell’Inferno a brani di giornalisti italiani, si compone un itinerario attraverso la Commedia e una discesa nei gorghi del terribile secolo appena trascorso.

Sempre al ghibellin fuggiasco (che in realtà era guelfo) rende omaggio Marco Malvaldi su «la Repubblica» del 25 maggio, apparentemente parlando d’altro: in La chimica spiegata con i versi di Dante si analizzano infatti i fondamenti del linguaggio scientifico, «l’arte di spiegare i fenomeni visibili ma incomprensibili in termini di oggetti invisibili, ma comprensibili», evidenziando le similitudini con la bellezza formale e l’efficacia comunicativa della poesia.

Scrive Malvaldi: «Abbiamo le lettere, — gli atomi, che possono essere raggruppate in parole, le molecole, in base a principi e regole generali, e possiamo suddividere la descrizione di un fenomeno in una successione, un flusso di tali parole — le reazioni chimiche. Tutto questo senza bisogno di compiere esperimenti, ma semplicemente manipolando oggetti astratti che esistono solo nella nostra testa. Esattamente come un poeta, che ci descrive l’amore tra Paolo e Francesca, o la rabbia del conte Ugolino, con una successione di parole e di analogie; escludo che Dante sia andato all’inferno in ascensore, o che abbia tirato due persone in una piscina piena d’acqua, vi abbia versato dentro azoto liquido per congelarla e poi abbia detto a uno di iniziare a mordere la testa dell’altro — se non altro, nel 1200 l’azoto liquido era molto difficile da procurarsi».

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