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«Dammi conforto»:
un’accorata invocazione al femminile

· Riflessioni sulla Via Crucis ·

La Via crucis in una lauda medievale «Dammi conforto, Dio et alegranza, et carità perfecta et amoranza». Con questo ritornello inizia una bella lauda duecentesca, contenuta nel Laudario di Cortona. Otto quartine con versi endecasillabi irregolari vi si alternano; in ognuna i primi tre versi rimano tra loro, mentre per il quarto la finale è sempre costituita dalle duesillabe «-anza», comuni allo stesso ritornello. Il testo consta di due metà abbastanza distinte. Le prime quattro strofe sono una lunga invocazione in cui l’orante chiede a Dio di dargli una serie di qualità e sentimenti. Si va dal conforto già citato nel titolo, inteso come sollievo o serenità, all’ardore e alla carità, dalla letizia fino al pianto di gioia. Il lieto canto ne consegue e l’anima devota si sente amata da Dio «grande bene», diletto di chi lo ama, dolcezza dei santi. L’espressione «grande bene» viene ribadita nel finale dell’invocazione con la richiesta «ralumina ‘l mio cor del tuo bel viso». Questo farà sì che nella mente e nel cuore non vi sia posto per nessun altro tipo di gioia. Nella seconda parte, dalla quinta strofa in poi, il devoto si confronta idealmente con la sofferenza di Gesù portato alla crocifissione. La poesia ripercorre i momenti del doloroso cammino, dalla flagellazione alle percosse, dalla spoliazione delle vesti all’agonia sulla croce fino al colpo di lancia che squarcia il divin cuore. La penultima strofa costituisce il culmine della crescente drammaticità. Essa s’apre con un vibrato appello: «Piangete meco, sponse inamorate, voi che vivete cast’e adoctrinate». La quartina è scritta interamente al femminile e da ciò è facile dedurre che il testo sia opera di una suora, che qui si rivolge alle consorelle, definite «virgine beate». Nell’ultima strofa l’autrice chiede per sé e le consorelle «fuoco e fiamma... nel core» e conclude il testo con l’invocazione «lo Spiritu Sancto parli en noi» mentre ci si affida alla pietà del Padre Eterno. Come nella preghiera, il testo si conclude con l’«Amen». La melodia del ritornello in quinto modo (o forse già in do maggiore) è semplice, ma graziosa. La salita iniziale dal sol centrale al do superiore le conferisce un certo slancio, che impronta di sé il breve sviluppo. Le strofe ripetono la stessa melodia, ognuna per due volte. La caratteristica femminile di questo canto contrasta con l’opinione corrente, che considera le laudi italiane destinate alle sole confraternite. L’esecuzione avveniva sicuramente in un convento di suore, forse a conclusione della preghiera liturgica. È facile pensare che anche in altri ambienti religiosi, dai monasteri maschili alle parrocchie, si cantassero laudi al di fuori della liturgia o alla fine di essa.

di Benno Scharf

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08 dicembre 2019

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