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Dall'immagine alla parola

· Nei disegni di Dostoevsky ·

Il volto «pensieroso e malinconico» di Sonja, l’eroina di Delitto e castigo, non è nato sulla pagina scritta, ma su un foglio da disegno. Come pure gli occhi «truci» di Svidrigailov, il “cattivo” del romanzo e nemico del protagonista, Raskol’nikov, sono stati tratteggiati con una matita prima di diventare uno degli elementi distintivi del romanzo. Sul processo creativo di Dostoevsky pone un forte e illuminante accento il libro di Konstantin Barsht, massimo studioso della “grafica dostoevskiana”, Disegni e calligrafia di Fedor Dostoevsky. Dall’immagine alla parola (Bergamo, Lemma Press, 2017, pagine 446, euro 150), pubblicato anche nella versione russa e inglese. 

Nel volto in alto la raffigurazione di Napoleone

Il volume, dall’elegantissima veste editoriale, raccoglie 150 pagine autografate dallo scrittore e articolate in tre nuclei tematici: i ritratti, i bozzetti architettonici, i calligrammi. Tali pagine sono il frutto di un lavoro laborioso e paziente, che ha permesso di portare alla luce, in forma integrale, diversi Taccuini vergati da Dostoevsky (alcuni di essi sono inediti): per la prima volta sono riprodotti in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Completano il prezioso libro 202 illustrazioni e i saggi di Barsht che ricrea l’atmosfera — talora cupa, a volte invece solare — in cui lo scrittore russo compose le sue opere di genio.
Un’atmosfera sulla quale allora esercitò un rilevante influsso la fisiognomica, la disciplina che mira a dedurre i caratteri morali e psicologici della persona dal suo aspetto fisico, soprattutto dal volto. Ed è proprio dal volto che Dostoevsky parte per creare e modellare i personaggi che popolano la sua narrativa.
Dall’Idiota ai Demoni, dai Fratelli Karamazov a L’adolescente è infatti possibile constatare come la caratterizzazione di ogni singolo individuo si focalizzi sul viso, sui lineamenti, nonché sull’espressione degli occhi. E quando la descrizione investe le altre parti del corpo, si ha la sensazione che lo scrittore lo faccia stancamente, solo per tributare un omaggio alla tradizione letteraria ottocentesca, meticolosa, ma non di rado pedante, nel fornire al lettore un resoconto completo e didascalico dell’aspetto fisico dei personaggi di un romanzo.
Il libro consente dunque di apprezzare gli schizzi che gremiscono i Taccuini, raffiguranti non solo i protagonisti delle sue opere, ma anche uomini famosi, come Pietro il Grande, Voltaire, Shakespeare. E alcuni disegni ritraggono anche alcuni dei familiari di Dostoevsky, la sorella Varvara e la madre Marija.
Numerose pagine autografate dallo scrittore sono decorate con guglie, archi a sesto acuto, bifore e rosoni. È insomma il trionfo del gotico, frutto degli studi di disegno compiuti, senza comunque la necessaria convinzione, alla scuola di ingegneria militare di San Pietroburgo (il padre voleva infatti che Fyodor diventasse ingegnere perché lo riteneva privo di talento per fare lo scrittore). Nello stile gotico, che identificava lo slancio degli elementi architettonici verso l’alto con l’anelito all’assoluto, il romanziere riconosceva l’essenza stessa dell’essere umano, da lui concepito come creatura che scalpita e smania per sbarazzarsi di ceppi e pastoie così da realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni.
Nel libro si sottolinea che i disegni non sono mai intesi da Dostoevsky come una distrazione o un divertissement per ingannare il tempo, nell’impaziente attesa che sopraggiunga l’ispirazione. Al riguardo si pensi a Puskin, il quale, al contrario, riempiva una messe di fogli con i profili di amici e con le silhouette di belle donne perché sapeva che tale rituale gli avrebbe poi permesso di superare il blocco della pagina bianca. Negli appunti, fitti e disordinati, di Dostoevsky il disegno svolge invece un ruolo centrale: l’immagine, infatti, presiede alla creazione letteraria del personaggio, suggerendone e modellandone i tratti somatici e caratteriali.
Si sviluppa così un diario figurativo in cui non si riscontra mai uno iato o una contraddizione tra l’immagine e la parola che ne consegue. E tra i fogli di disegno che documentano la genesi di Delitto e castigo spicca il ritratto di Napoleone, «uomo al di sopra dei comuni mortali», cui si ispira il giovane e scapestrato Raskol’nikov (prima dunque della tormentata ma liberatoria fase della maturità e dell’espiazione) per elaborare l’inquietante teoria dei pochi eletti i quali, nel nome di una distorta concezione del bene comune, avrebbero il diritto di uccidere “i pidocchi”, ovvero la plebaglia e gli emarginati, che infestano l’umanità.

di Gabriele Nicolò

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20 agosto 2019

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