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Dalle urne alla pace la strada è ancora lunga

· Le presidenziali in Siria ·

I manifesti di Assad tappezzano ogni angolo di Damasco e le manifestazioni in favore del raìs si susseguono indisturbate a poche ore da un voto il cui risultato appare già scontato.

Con le elezioni di domani, 3 giugno, il presidente Bashar Al Assad cerca la legittimazione per rafforzare la sua leadership di fronte a una parte della comunità internazionale, Stati Uniti in primis, che fin dall’inizio della guerra civile nel 2011 l’ha sempre duramente contestata.

Sulla carta Assad ha la strada spianata. E appare poco probabile che gli altri due candidati “sfidanti” — Maher Hajjar, un deputato dell’ex Partito comunista, e Hassan Nuri, anch’egli membro del Parlamento ed ex ministro dello Sviluppo, che ha studiato negli Stati Uniti — possano metterlo in difficoltà.

A pesare, invece, saranno gli esclusi: il voto si svolgerà soltanto nelle regioni sotto il controllo delle forze leali ad Assad e non parteciperanno quasi 2,5 milioni di profughi nei Paesi vicini. Altri sei milioni, invece, sono gli sfollati interni: anche loro non avranno alcun accesso alle procedure di voto. L’opposizione, dal canto suo, ha già definito la consultazione «una farsa».

Sul piano strettamente politico, la carta vincente di Assad è stata finora la frammentazione dell’opposizione, che quasi mai in questi tre anni è riuscita a darsi un’organica fisionomia politica, isolando i gruppi terroristi. Secondo quanto rilevano gli osservatori, le violenze dei qaedisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante sono state tra i principali fattori che negli ultimi dodici mesi hanno rafforzato la posizione del Governo e vanificato ogni tentativo di pace, come ha confermato la rinuncia al mandato di inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba da parte di Lakhdar Brahimi. 

 Luca M. Possati

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18 giugno 2019

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