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Dalle macerie
alla rinascita

· Sette anni fa il sisma in Emilia-Romagna ·

Il numero 7 è sempre stato, anche e soprattutto biblicamente, un numero con un significato importante. Questo numero è usato spesso per indicare completezza o compimento. Nella bassa modenese, ferrarese e mantovana in questi giorni sette sono gli anni che sono trascorsi dal sisma che colpì duramente queste terre nel 2012. Le scosse più violente — quelle mortali — ci furono rispettivamente il 20 e il 29 maggio. Tutti i cittadini di quelle terre ricordano perfettamente cosa stavano facendo in quei giorni e nelle ore precise delle scosse.

La chiesa parrocchiale di Cavezzo

Ancora oggi se fermate un abitante di Mirandola, di Cavezzo o di Concordia (paesi limitati dai due fiumi modenesi, Secchia e Panaro, che attualmente destano preoccupazione per le importanti piogge dell’ultimo maggio anomalo) vi dirà con estrema precisione dove si trovava domenica 20 maggio 2012 alle 4.03 e martedì 29 maggio 2012 alle ore 9.01, 12.55 e 13. Sono le ore in cui la terra ha manifestato in modo terribile la propria libertà: sono le ore delle scosse più forti (magnitudo 5.9) quelle che hanno anche causato la morte di più di venti persone. Oggi, però, il numero sette assume un significato veramente e sostanzialmente positivo: ri-costruttivo.
Domenica 2 giugno, infatti, dopo sette anni è stata ri-consacrata la chiesa parrocchiale di Cavezzo dedicata a Sant’Egidio Abate.
Cavezzo è un piccolo comune della provincia di Modena con circa settemila abitanti. Si tratta della prima chiesa del così detto “cratere” (è l’insieme dei Comuni colpiti dal sisma 2012: il ground zero degli emiliani) a essere stata pienamente ri-aperta, dopo gli interventi di ristrutturazione e miglioramento sismico. L’intervento è stato seguito dalla Sovrintendenza ed è stato possibile grazie ai fondi messi a disposizione dallo Stato e dalla Regione nel piano complessivo di ricostruzione. Per questi sette anni gli abitanti e i fedeli di Cavezzo (così come quelli degli altri Comuni del cratere) hanno utilizzato delle strutture che la Caritas ha messo generosamente a disposizione subito dopo il sisma a favore di ogni comunità.
Si tratta di strutture semiprefabbricate dove, oltre alle celebrazioni liturgiche, era possibile svolgere anche altre attività pastorali e culturali, in quanto il sisma aveva pesantemente danneggiato anche le altre strutture parrocchiali (oratori, sale, e così via) e non solo la chiesa e la torre campanaria. Nei momenti di maggiore frequentazione (si pensi alle messe di Natale o Pasqua) le celebrazioni a Cavezzo venivano tenute presso il vicino campo da tennis, in quanto unico luogo idoneo a raccogliere molti fedeli e in assoluta sicurezza.
Dal 2 giugno i cavezzesi, finalmente, sono potuti ritornare nella chiesa che è stata costruita nel 1912/1913 (non ha fatto in tempo a compiere cent’anni) e che è stato il luogo dove venivano celebrati quasi tutti i sacramenti della comunità. Molti cittadini di Cavezzo, in questi giorni passando finalmente davanti alla facciata dell’edificio (da poco tempo la “zona rossa” che delimitava l’accesso alla piazza è stata praticamente eliminata), non mancavano di ricordare gli avvenimenti vissuti dentro quelle mura, quelle pietre.
Chi ricordava il proprio matrimonio, chi il Battesimo o la Comunione dei figli, chi il funerale di parenti o amici cari. Chi le chiacchiere fatte sul sagrato, nei giorni di primavera o estate. Forse, attraverso questi ricordi, il pensiero può essere andato anche al significato del termine “chiesa” che va ben oltre l’edificio, così come al termine “pietra angolare” di cui parla il Vangelo. Chissà che il vedere ricostruire, in sette anni, la propria chiesa non abbia risvegliato un desiderio di ri-costruzione che vada ben oltre il semplice orizzonte dato dal perimetro dell’edificio? La ricostruzione di una comunità, la ricostruzione delle famiglie, la ricostruzione delle relazioni. Questa è la speranza e l’auspicio espresso del parroco di Cavezzo, don Giancarlo Dallari, che ricorda bene i momenti terribili dei giorni del terremoto e che ha voluto con forza che si “tornasse” a casa il prima possibile. La cerimonia di ri-consacrazione è avvenuta domenica 2 giugno, alle ore 17, con la celebrazione dell’Eucaristia presieduta da Erio Castellucci, arcivescovo della Diocesi di Modena-Nonantola, alla presenza delle autorità e di oltre venti presbiteri. Proprio don Erio (come gradisce che lo si chiami) fresco di nomina vescovile (fu, infatti, eletto alla sede arcivescovile di Modena – Nonantola il 3 giugno 2015 e ordinato vescovo il 12 settembre 2015) iniziò il proprio cammino visitando più volte le comunità della bassa modenese ferite dal terremoto del 2012, proprio per portare di persona la presenza della Chiesa in queste terre e per “vedere” i segni lasciati dal sisma. Come ha sottolineato il vescovo Castellucci nell’omelia, anche attraverso la sofferenza di un terremoto è possibile trovare la forza di andare avanti.
I terremotati, infatti, hanno vissuto anche la bellezza della solidarietà morale e materiale. Molti di loro ricordano ancora — con una sorta di nostalgia leopardiana — i mesi successivi alle scosse e l’estate del 2012, in cui tra vicini di casa, amici e anche sconosciuti (o conosciuti proprio allora) ci si trovava a cena tutti insieme in luoghi all’aperto, per stare in sicurezza, dove ognuno contribuiva con quello che aveva.
La solidarietà che, per il vero, si è fatta concreta nei gesti di tanti amici, italiani e non, e nelle facce e nei volti di chi è venuto, gratuitamente, a prestare aiuto.
I cavezzesi e gli altri terremotati hanno imparato sicuramente il valore del tempo che passa — sette anni… — dove ogni giorno era una riconquista, piccola o grande, data da una famiglia che poteva tornare alla propria casa, da persone che tornavano al proprio lavoro (mai così desiderato) o da ragazzi che potevano tornare a scuola.
Ecco allora che la riapertura della vecchia chiesa parrocchiale di Cavezzo non ha rappresentato un punto di arrivo ma una tappa di un cammino che, anche attraverso l’esperienza dolorosa del terremoto, è un’occasione per conoscere meglio se stessi e gli altri. La speranza, in fondo, è che anche dai nostri cuori possano essere rimosse quelle macerie che, pur in assenza di terremoti naturali, appesantiscono le nostre vite. Con queste parole ha concluso don Giancarlo la celebrazione del 2 giugno: «Da duemila anni questo luogo è sempre aperto, soprattutto la domenica». Estrapolando un celebre passo di Walt Whitman si potrebbe concludere: «Che il potente spettacolo continui, e tu possa contribuirvi con un verso».

di Vittorio Lugli

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26 agosto 2019

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