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Dall’ascolto all’azione

· Intervista al teologo gesuita Victor Codina esperto al sinodo sull’Amazzonia ·

Il sinodo sull’Amazzonia è stato sicuramente uno tra gli eventi più importanti vissuti dalla Chiesa, che si è messa ancora una volta in ascolto del mondo in questo particolare momento storico. Lo ha fatto volgendo lo sguardo verso un’immensa regione del pianeta dalla ricca biodiversità, regione multi-etnica, pluri-culturale e pluri-religiosa. Il legame con la Laudato si’ è strettissimo e inequivocabile: ascoltare il gemito di un pianeta, di una terra che soffre per la violenza che le viene inflitta quotidianamente e non rimanere indifferenti. L’inquinamento e la “cultura dello scarto” rischiano infatti di trasformare la bellezza del creato in un teatro di morte e disperazione. Tra le voci del sinodo abbiamo sentito quella di padre Victor Codina, teologo gesuita, invitato come esperto. Nato in Spagna, è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1948, compiendo poi gli studi in varie città tra cui Barcellona, dove ha insegnato. A partire dai primi anni Settanta si è trasferito in America latina e dal 1982 risiede in Bolivia, dove è stato docente di teologia all’Università cattolica di Cochabamba. Per questo conosce bene la situazione di quella parte dell’Amazzonia e dei suoi abitanti.

Quale esperienza significativa porta con sé da questo sinodo?

È stato un sinodo di grande ascolto della realtà e dei popoli indigeni durante un lungo processo di consultazione organizzato dalla Rete ecclesiale panamazzonica: ascolto in aula dei vescovi inseriti nella pastorale amazzonica e molto sensibili alle sofferenze della popolazione; ascolto delle donne e degli uomini indigeni, che nell’aula hanno parlato con grande forza e libertà; ascolto delle religiose che lavorano in Amazzonia mirabilmente, dando testimonianza del Vangelo; ascolto del Papa presente in aula in tutte le sessioni. Grazie a ciascuno di essi abbiamo ascoltato il clamore dello Spirito che per mezzo dei popoli dell’Amazzonia chiede giustizia, rispetto per il territorio e le culture che sono presenti, rispetto per la terra e la sua vita minacciata dagli interessi economici e politici dei potenti di questo mondo. Espresso in termini teologici, l’incontro in Vaticano è stato un’esperienza di sinodalità ecclesiale, di una Chiesa in cammino verso i margini geografici ed esistenziali, che procede con la gente e la ascolta.

Qual è il contributo culturale più importante dei popoli amazzonici alla Chiesa e al mondo?

La saggezza ancestrale delle culture precedenti al cristianesimo che optano per il “buon vivere”, in armonia con la loro comunità, con la natura e con Dio, qualunque sia il nome che le danno. Sono i custodi della terra, custodi della casa comune che ci insegnano uno stile di vita e di comunità molto ecologici, in sintonia con la Chiesa di Gesù e i valori evangelici e che è alternativo al moderno stile di vita rapace e consumistico, a un “vivere sempre meglio” a spese dei poveri e della Terra. Lo Spirito del Signore che riempie l’universo è arrivato in Amazzonia prima dei missionari; i missionari sono sempre in ritardo e talvolta non sanno come riconoscere lo Spirito del Signore già presente nei popoli e nelle loro culture. Teologicamente sono chiamati semi del Verbo, che arricchiscono la Chiesa e trovano la loro pienezza nel Vangelo di Gesù.

Quali nuove strade si aprono alla Chiesa universale a partire da questo sinodo?

Se la Chiesa e il mondo ascoltano seriamente questa chiamata profetica del sinodo, devono convertirsi a un’ecologia integrale, nella linea della Laudato si’, che non è un’enciclica verde, bensì socio-ambientale. La Chiesa deve condannare come contrario al Dio creatore, e quindi come peccato ecologico, la distruzione della natura che colpisce soprattutto i poveri della Terra. Se vogliamo salvare il pianeta dobbiamo salvare l’Amazzonia, oggi così minacciata, e la Chiesa deve allearsi con i popoli amazzonici in una voce profetica in difesa della vita e del territorio.

Perché c’è tanta resistenza a un ruolo più visibile delle donne nella Chiesa?

Il problema è culturale, frutto di una cultura di tradizione maschilista. Nella Chiesa, inoltre, è il risultato di un clericalismo patriarcale che ha profonda paura di perdere potere. Il clericalismo è anti-evangelico e il Papa lo chiama la lebbra della Chiesa. La Chiesa, a questo punto, non può ignorare la società moderna. Come affermato nel sinodo, questo è il momento delle donne, ora, già.

Le emergenze pastorali in Amazzonia richiedono nuovi ministeri. Pensa che questo possa essere applicato ad altri contesti?

Il sinodo riguardava l’Amazzonia, una Chiesa particolare, e voleva rispondere alle sue esigenze pastorali manifestate dai popoli cattolici amazzonici nella grande consultazione della Repam. È comprensibile che altre Chiese guardino ai risultati del sinodo per vedere se si aprono porte e dispense ministeriali che possono essere applicate alle loro comunità. Quindi, che anche altre Chiese esprimano le loro esigenze pastorali nelle rispettive assemblee e presentino le proprie richieste, come ha fatto la Chiesa amazzonica. Ma non si può ridurre il sinodo alla questione ministeriale maschile o femminile, per quanto urgente e necessaria, mettendo a tacere la voce profetica sollevata contro i potenti della Terra, che con il loro paradigma tecnocratico distruggono la casa comune. Sarebbe come, ancora una volta, usare le popolazioni indigene a nostro vantaggio, per indossare gioielli con l’oro rubato dalle loro miniere.

di Caterina Ciriello

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15 dicembre 2019

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