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Dall’ardore
dei primi missionari
alle sfide di oggi

· La Chiesa in Papua Nuova Guinea testimone e guida di un delicato passaggio ·

«È una Chiesa che si confronta, per la sua missione, con le sfide del mondo contemporaneo, in un paese che, in cento anni, è passato repentinamente dalla preistoria al contatto con la modernità e la post-modernità»: così padre Giorgio Licini, missionario del Pontificio istituto missioni estere (Pime) e segretario generale della Conferenza episcopale di Papua Nuova Guinea e Isole Salomone racconta, in un colloquio con «L’Osservatore Romano», della comunità cattolica che vive agli antipodi dell’Europa. Siamo in un’area poco nota del nuovissimo continente, quella che la letteratura inglese definisce the last unknown, l’ultima parte del mondo inesplorata, ovvero quella nazione costituita dalla parte orientale della grande isola della Nuova Guinea, a nord dell’Australia.

«La Papua Nuova Guinea — osserva Licini — è una nazione ricca di foreste e di risorse minerarie, che ha incontrato la fede cristiana a metà dell’Ottocento, con il colonialismo e la prima presenza missionaria che è rimasta significativa fino a oggi, soprattutto grazie all’attività di diverse congregazioni religiose cattoliche». In una nazione composta da più di trecento tribù indigene, coacervo di etnie e oltre ottocento lingue, l’evangelizzazione ha portato frutti fecondi: oggi la Papua Nuova Guinea è una nazione di sette milioni di abitanti al 96 per cento cristiani (tra i quali 2.200.000 sono cattolici), una realtà dove le Chiese offrono un contributo decisivo alla società, specie in termini di opere sociali come l’istruzione e la sanità. La Chiesa cattolica locale è ancora per molti versi dipendente dai missionari che, nel ministero episcopale, guidano i due terzi delle diocesi, mentre molte parrocchie sono prive di un prete, data la carenza di clero indigeno. I circa duemila religiosi presenti in Papua Nuova Guinea, fra congregazioni maschili e femminili, sono una voce profetica, pronti a denunciare le ingiustizie e a dare un contributo ancora determinante nel settore educativo con oltre tremila scuole, mentre gli oltre trecento ospedali e centri sanitari cristiani costituiscono una buona fetta delle strutture pubbliche presenti nell’intera nazione.

A questa terra sono particolarmente legati i missionari del Pime: le isole di Woodlark e Rook (entrambe oggi appartenenti alla Papua) accolsero i primi missionari che vollero spingersi fino “ai confini della terra” per portare il Vangelo a popoli che non l’avevano ancora ricevuto. Qui trovò la morte nel 1855 il giovane Giovanni Mazzucconi, giunto sull’onda dell’impeto giovanile e dell’ardore missionario: è il primo martire del Pime.

Oggi, ricorda padre Licini, la Chiesa in Papua Nuova Guinea «sta dando particolare attenzione al laicato cattolico, rimarcandone non tanto il servizio ecclesiale, nell’ambito di parrocchie o movimenti, quanto quello nella società, nelle strutture secolari della politica, nella famiglia, nel mondo del lavoro e nei mass-media, tutti campi dove portare il Vangelo di Cristo». La Conferenza episcopale ha dichiarato il 2019 Anno dei laici e questo approccio ben si concilia con la celebrazione del Mese missionario straordinario che Papa Francesco ha annunciato per l’ottobre 2019 sul tema «Battezzati e inviati: la Chiesa di Cristo in missione nel mondo». Anche a queste latitudini, vescovi, preti seminaristi, religiosi e laici «rifletteranno sulla missione dei laici, chiamati alla santità e all’annuncio del Vangelo nel mondo contemporaneo», riferisce il missionario.

Il salto temporale compiuto è stato lungo, tanto che l’ex ministro degli esteri, Albert Maori Kiki (1931-1993) lo ha descritto in un libro intitolato Diecimila anni nello spazio di una vita: «La popolazione della Papua — continua il nostro interlocutore — si è ritrovata catapultata nella modernità e vive oggi una situazione di liquidità e incertezza, con la perdita di punti di riferimento, laddove i valori tradizionali sono messi in discussione, soprattutto dai giovani. Le famiglie sono deboli o instabili, c’è carenza di lavoro perché, anche se vi sono abbondanti risorse naturali, bisogna imparare a stare dentro i meccanismi dell’economia di mercato». E così, in una cornice di rapido mutamento culturale e antropologico, «anche sul piano della fede c’è spesso una adesione di principio — il paese è essenzialmente cristiano — ma poi si riscontra la difficoltà concreta a vivere e praticare i valori professati. La Chiesa è, allora, una realtà che ha contribuito e aiuta tutt’oggi ad avvicinarsi al nuovo mondo e alla nuova cultura, accompagnando questo processo e questo delicato passaggio», spiega il segretario generale dell’episcopato.

Anche in questa parte del mondo il fenomeno della mobilità umana ha interpellato lo sguardo e la missione della Chiesa. Una delle questioni che i vescovi hanno segnalato, esponendosi pubblicamente, è infatti quella relativa alla situazione di rifugiati e richiedenti asilo che hanno cercato di raggiungere l’Australia ma che sono confinati nell’isola di Manus, territorio appartenente alla Papua Nuova Guinea, secondo un accordo con l’esecutivo di Canberra. In quei centri di detenzione la vita degli occupanti è insostenibile: «Ve ne sono circa mille, tra Manus e l’isola di Nauru, stato indipendente. Sono da sei anni in un limbo che li ha fatti sprofondare in depressione e disperazione. Vi sono tra i rifugiati due o tre tentativi di suicidio o autolesionismo ogni giorno. La richiesta della Chiesa è di chiudere questi campi e accogliere i rifugiati, anche perché il fenomeno dell’immigrazione irregolare sui barconi è stato fermato da anni», nota il missionario del Pime. I barconi vengono bloccati in alto mare e la situazione dei centri di detenzione gestiti dal governo australiano ha agito da deterrente.

«L’Australia potrebbe ora approfittare della legge approvata in parlamento nel febbraio scorso, che permette di accogliere rifugiati e richiedenti asilo per motivi di salute. La si potrebbe applicare in modo estensivo, date le precarie condizioni di salute mentale che si registrano tra i rifugiati, e chiudere questi centri che hanno creato traumi psicologici e infranto i sogni di centinaia di persone giunte da Somalia, Sudan, Iraq, Iran, Pakistan, Bangladesh», rileva Licini. I due paesi, Papua Nuova Guinea e Australia, farebbero entrambi, conclude il missionario, una mossa nel segno del rispetto della dignità umana.

di Paolo Affatato

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21 febbraio 2020

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