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Dall’altra parte della luna

· ​Storia di una donna ·

Tutti gli uomini vanno fieri del fatto che uno di loro abbia camminato sulla luna. La conquista dello spazio — pur essendo uno dei sogni umani più antichi — nutre più il loro amore di gloria che il loro desiderio d’infinito. Quasi nessuno si chiede che aspetto abbia la faccia nascosta dell’astro lunare, e neanche il telescopio più potente può renderla visibile a un osservatore che guarda le galassie dalla terra. Quasi tutti nutrono una certa curiosità per ciò che nessuno può vedere. Ma, quando l’ignoto assume una forma modesta o familiare, perde così tanto il suo prestigio da diventare semplicemente parte della scena. Il rovescio della luna è un grande mistero perché chiunque può vederne il dritto? Per avere il desiderio di passare dall’altra parte dello specchio — perché la luna è uno specchio, vero? — occorre una mente sognatrice, silenziosa. 

Alla sua nascita Selena non lanciò il grido che normalmente permette ai neonati di riempire d’aria i loro polmoni. Emise solo un sospiro che, nella luce azzurrina della sala parto, segnò il passaggio di un respiro lontano, come quello che si ode, venuto da altrove, sulla neve delle montagne eterne. 

Alexandra Rouche «Dama Luna» (2013)

Apparve subito evidente che reagiva con una sensibilità fuori dal comune a tutti i rumori che giungevano ai suoi timpani. Immaginate quindi l’incubo di Selena quando i medici diagnosticarono all’istante l’incurabile iperacusia: non solo sentiva tutto con una precisione stereofonica, ma percepiva anche con un’incisiva acutezza i più impercettibili dettagli dell’ambiente sonoro circostante. 

In un primo momento, fu necessario prepararle un’incubatrice con le pareti imbottite, affinché potesse dormire il sonno silenzioso di cui aveva bisogno tanto quanto del latte. Fortunatamente, la madre di Selena — come credere che sia una pura coincidenza? — era una poetessa, se qualcuno oggi ancora conosce il significato di questa parola: aveva lasciato che la vita sigillasse le sue labbra sulla fonte che, limpida, faceva udire la propria voce nella sua intimità più profonda. La mamma instillò quindi nella sua piccola il latte vergine del sogno. A occhi chiusi, teneva Selena sul suo seno, immobile, e tutte e due, tremanti, lasciavano i loro respiri mescolarsi sulle loro labbra, carezza infinita del fior di carne.
Nel frattempo i medici dubitavano sempre più della capacità di Selena di sopravvivere senza danni nel mondo attuale, dove negli ultimi cinquant’anni il livello fonico è aumentato in modo siderale e le ultime banchise di silenzio si stanno ormai fondendo ben al di là della soglia critica. Di fronte all’endemia di sordità galoppante da cui nessun paese è più indenne, molte persone si curano mettendosi nelle orecchie dei tappi, bianchi o neri, collegati da un filo che a sua volta si collega a una piccola scatola che emette dei suoni che chiamano “musica”. È un rimedio paradossale contro l’inquinamento sonoro perché si cura il rumore con il rumore!... Ma la gente si sente meno infelice quando crede di poter scegliere il frastuono con cui saturare le proprie orecchie.
Malgrado l’alta tecnicità della loro arte, i medici si dichiararono nuovamente impotenti dinanzi al caso inedito costituito dal male di Selena, ma la giovane madre decise con convinzione di passare oltre la rinuncia degli esperti. Aveva già un’idea del luogo che avrebbe potuto offrire a Selena per sostituire l’incubatrice insonorizzata, dove d’altronde sua figlia non avrebbe potuto soggiornare in eterno. Fu così che Selena si esercitò fin dalla più tenera età a passare dall’altra parte dello specchio lunare, e non appena raggiunse l’età per navigare sola, la giovane astronauta ebbe tutto lo spazio per andare e venire tra la loro minuscola casa terrena e la faccia nascosta della luna perché era lì che Selena ormai stava per ascoltare il rumore del mondo.
Dall’altra parte della luna, la violenta cacofonia degli uomini non poteva minimamente scalfirla. Decantata, passata al setaccio del Lontano, per l’udito palpitante della bambina sussisteva solo il rumore sperduto, salmodiato quasi all’unisono dal coro scordato della moltitudine. Selena tendeva l’orecchio. Percepiva l’indicibile smarrimento di quei miliardi di esseri minuscoli che si agitavano in ogni direzione come elettroni e che producevano continuamente rumore sotto la sconcertante minaccia della loro vacuità interiore.
Che ne fanno del baratro di cui sentono in loro l’indistinta presenza? Lo spiano a rispettosa distanza come una segreta, come se bastasse un minimo passo falso per far aprire l’abisso in cui Hugo fa precipitare Satana per oltre quattromila anni. Allora si muovono in ogni direzione come se l’incessante movimento fosse capace di far dimenticare loro che hanno paura, che hanno sete, che sono pieni di desiderio, come se fosse definitivamente fuori dalla loro portata la realtà che solo l’infinito può colmare in loro quel buco di apocalisse. La fine del mondo non è una catastrofe che mostrerebbe le sue fauci di iena all’orizzonte dei tempi. È il pericolo, dentro di noi, oggi, di vivere o di morire.
Dunque Selena apprese, pian piano, ad ascoltare. Partoriva la vita ascoltandola. L’embrione di tutte le vite passate, presenti e future, che, prima di venire alla luce, attende che nessuno di noi manchi all’appuntamento, si era annidato proprio nella cavità del suo orecchio, alla rovescia, come un punto interrogativo di cui nessuno avrebbe potuto decifrare l’enigma. Come la gigantessa immaginata da Rabelais, Selena era di quelle donne che partoriscono dall’orecchio. Si nutriva con gratitudine della romanza senza parole che il suo essere, lasciato al terreno incolto dell’istinto, le sussurrava trattenendole il respiro. Raggomitolata nell’opalescente alone lunare, era lontana mille miglia da tutto ciò che ciarla, borbotta, blatera frasi a vuoto. Le bastava prestare attenzione al canto del sangue nelle sue arterie per entrare in sintonia con il cosmo intero. Non aveva nulla di meglio da fare che prestare orecchio a quanti non ne hanno o stonano tragicamente nel concerto discordante del mondo.
Fatto strano, non è il mugghio delle guerre, degli omicidi e neppure del terrore di cui gli uomini hanno il segreto a ferire maggiormente l’orecchio di Selena. Non è neppure il baccano di macchine, aerei, treni, automobili, fabbriche, dispositivi di sorta, con i quali i facoltosi del mondo manifestano la loro rumorosa onnipotenza, come se la loro egemonia si misurasse in decibel imposti al resto del pianeta né più né meno di uno stupro sonoro.
No, a fare soffrire Selena fino al midollo è l’ultrasuono dei pensieri umani, quelle impalcature fantasmatiche perpetuamente ricostruite, ogni giorno, come una torre di fiammiferi sul collo di una bottiglia, per tutti quelli che credono che la vita sia un bolide da pilotare, il più performante possibile, per arrivare per primi nel luogo che si chiama Nessuna-parte, U-topia, come dicevano i greci.
Avete mai incontrato un essere umano silenzioso? Sta lì, tranquillo. Tace, non per timidezza o incapacità di parlare in modo appropriato. No, tace perché è l’unico modo di ascoltare e di capire con fedeltà ciò che sta per accadere, senza tradire la goffaggine del volto che si fa avanti, completamente offuscato nella confusione oscura dei suoi desideri. L’uomo silenzioso sta lì, è tutto orecchie, non è che un sì. Non fa altro che accogliere dentro di sé la vibrazione di un cuore contro il suo: il vostro. Tutto il suo essere soggiace all’attrazione del vostro essere e lascia che il pudore faccia il proprio lavoro: quello di non contribuire al rumore del mondo, anche se tutti emettono il loro assordante cicaleccio.
Un digiuno di parole non si vede, non si sente. Eppure a volte gli esseri affaccendati, quali noi siamo, percepiscono confusamente una fenditura nell’eccesso, nella sovrabbondanza che è la grande povertà dell’universo in cui crediamo di vivere. Questo altro mondo intravisto furtivamente attraverso la rete incredibilmente densa che copre ormai il nostro pianeta con la sua fibra sempre più tentacolare, risveglia in noi la bruma di una reminiscenza. Quel non so che, intangibile, ci riconduce per un istante a noi stessi. Basta fare questa esperienza fugace di tanto in tanto, pur se con una coscienza nebulosa, per non morire ancora, non subito.
I silenziosi della terra sono una legione. Non fanno rumore, ed è così che vincono la guerra, tutti gli scontri nella retroguardia, tutte le crociate perdute prima. La moltitudine di coloro ai quali è stata confiscata la parola è la grande Amazzonia di questo mutismo invisibile che è il solo a poter irrigare le anime con la linfa di cui in effetti hanno estremamente bisogno per non deperire. Astuto chi riesce a individuare i silenziosi senza essere della loro razza, quelli che vivono soltanto nella profondità dell’essere a mille miglia dalle apparenze. Impercettibile, solo il loro anonimato è capace di fare tacere l’immondizia assordante che sommerge le anime, i cuori, fino a quel profondo dell’essere in cui avremmo tanto bisogno d’incontrarci gli uni gli altri, senza dire una parola.
Nessuno vede la faccia nascosta né della luna né della terra. Basta che una voce, una sola, accolga l’inaudibile perché sia misteriosamente salvaguardata l’unica sopravvivenza che conta: quella del respiro che, sulla vetta delle montagne, terrestri o lunari, sussurra semplicemente che va dove vuole, senza che nessuno sappia niente di lui, neanche il suo nome.

di Véronique Dufief

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25 agosto 2019

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