Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Dalla terra dov’era nato

· L’omelia del cardinale segretario di stato ·

Il nunzio Roncalli alle celebrazioni in onore di santa Teresa di Lisieux (Auteuil, 12 giugno 1949)

Papa Giovanni è stato un uomo buono, divenuto santo perché fu un uomo abbandonato interamente al progetto che Dio aveva su di lui. Con la sua umiltà e saggezza ebbe a dire: «Il Signore mi ha fatto nascere da povera gente e ha pensato a tutto. Io l’ho lasciato fare» (Giornale dell’anima, giugno 1957). Egli assecondò il soffio dello Spirito Santo, che lo plasmò, trasformandolo in riconoscibile presenza di Cristo tra i suoi fratelli. Divenne perciò un vero ponte fra cielo e terra, un Pontefice nel senso letterale del termine, via di collegamento per permettere alla libertà umana di incontrare la maestà, la bontà e la santità di Dio.

Le sue parole e i suoi gesti esprimevano autorità e gentilezza, serena fermezza e benevolenza, audacia e prudenza, paternità spirituale e condiscendenza fraterna e il mondo ne fu stupito, perché istintivamente, anche i più lontani e i meno istruiti, percepivano che quella semplicità e giovialità del tratto erano il risultato di un costante lavoro di affinamento del carattere, erano l’esito di un percorso sincero e profondo di un’anima alla ricerca dell’essenziale, il frutto di una lunga esperienza e di molte letture meditate, erano lo splendido salario della preghiera e della carità.

Il 1° ottobre del 1959 scrisse nel Giornale dell’anima: «Si incomincia dalla terra dove sono nato e poi si prosegue fino al cielo». Ad imitazione del Figlio di Dio — che da Betlemme e Nazareth sviluppò la sua missione fino a ritornare al cielo una volta eseguita perfettamente la volontà del Padre — Giovanni XXIIImosse i primi passi, imparò e interiorizzò i valori fondamentali dell’esistenza nel suo borgo natio di Sotto il Monte, all’interno del suo nucleo familiare, scarso di mezzi materiali ma ricco per la vita cristiana che vi si respirava. Scriveva ai familiari il 20 dicembre 1932: «Io ho dimenticato molto di ciò che ho letto sui libri, ma ricordo ancora benissimo tutto quello che ho appreso dai genitori e dai vecchi. Per questo non cesso di amare Sotto il Monte e godo di tornarvi ogni anno. Ambiente semplice, ma pieno di buoni principi, di profondi ricordi, di insegnamenti preziosi».

Per comprendere l’opera del sacerdote, del vescovo e cardinale Giuseppe Roncalli, come poi del Pontefice Giovanni XXIII, occorre partire dalla sua fede solida, operosa, tranquilla, fiduciosa in Dio, in sua Madre Maria e nei santi, imparata a Sotto il Monte. È la sua granitica stabilità nella fede che lo rese al tempo stesso paziente e audace.

Proprio a motivo della scrupolosa fedeltà a Cristo, proprio per espandere al massimo la luce del Vangelo, non tralasciò alcuno sforzo per trovare parole che sapessero interessare, coinvolgere e persino commuovere ogni persona di buona volontà, anche oltre i confini visibili della Chiesa. Fece perno sulle cose che uniscono, per promuovere un clima propizio all’instaurazione di relazioni di mutuo rispetto e cordialità, anche verso i più lontani o gli antichi avversari. «Gesù è venuto per abbattere queste barriere; Egli è morto per proclamare la fraternità universale; il punto centrale del suo insegnamento è la carità», affermò nell’omelia di Pentecoste del 1944.

Giovanni XXIIIlasciava trasparire un linguaggio e un’azione profetica. Egli non misurava la bontà dei risultati nell’immediato, ma si prefiggeva di spargere semi che a suo tempo avrebbero dato frutto. La serena e sovrana libertà interiore del suo animo era percepibile dai suoi interlocutori che scorgevano in lui l’uomo di Dio, che pensa e agisce con magnanimità, che suscita e incoraggia il bene, che, in un mondo diviso e lacerato, vuole essere segno di concordia, che non dispone di altra agenda da far avanzare che quella della verità, del bene, della pace.

Egli, incarnò con autorevolezza e credibilità la buona novella portata da Cristo, e perciò seppe ridare speranza anche nelle situazioni umanamente più difficili. Si pensi per esempio all’episodio capitato durante la sua visita al carcere romano di Regina Cœli, quando un detenuto messosi in ginocchio davanti a lui gli chiese: «Le parole di speranza che lei ha pronunciato valgono anche per me, che sono un grande peccatore?», ricevendone l’abbraccio del Papa, tra lo stupore e la commozione di tutti.

Papa Giovanni leggeva negli avvenimenti della storia non soltanto il funesto elenco dei drammi e delle tragedie provocate dai peccati degli esseri umani, ma in primo luogo la potenza e la grandezza misericordiosa del disegno di salvezza di Dio. Gli uomini e le donne del suo tempo vennero perciò esortati a impegnarsi risolutamente e con motivata speranza per accendere fiammelle di bene, piuttosto che attardarsi a lamentarsi del buio.

In piena prima guerra mondiale (11 febbraio 1918), egli scriveva: «Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di buono. E siccome noi siamo chiamati a fare il bene più che a distruggere il male, ad edificare più che a demolire, per questo mi pare... di dover proseguire per la mia via di perenne ricerca del bene».

La sua fede rocciosa si trasformava in intrepido coraggio. Sicuro della presenza e dell’assistenza perenne dello Spirito Santo alla sua Chiesa, poté assumersi la responsabilità di indire un concilio ecumenico che radunasse l’intera Chiesa per aggiornare il modo di proporre la verità evangelica, per trovare linguaggi e metodi adatti a far incontrare l’uomo contemporaneo con le perenni verità del Vangelo, facilitando l’incontro dell’uomo con il suo Salvatore.

Angelo Giuseppe Roncalli trascorse circa 20 anni nelle missioni diplomatiche, in Bulgaria e quindi in Turchia e Grecia, prima di raggiungere quella di Parigi ed ebbe in quegli anni modo di conoscere a fondo gli effetti della tragica divisione tra la Chiesa cattolica e quella ortodossa.

L’ecumenismo divenne quindi per lui una necessità per mantenersi fedele al Signore nell’azione quotidiana. Egli era ben consapevole della complessità e difficoltà del percorso volto a ristabilire la piena comunione, sapendo che i tempi e i modi erano riservati alla provvidenza. Era certo però che occorresse iniziare un nuovo capitolo fatto di inedite reciproche premure, di gesti simbolici e di atti fraterni, che a partire dalla valorizzazione del tesoro di ciò che unisce, aprisse un itinerario destinato a condurre alla piena unità visibile, per essere davvero fulgidi testimoni della risurrezione di Cristo.

Lo scandalo della separazione e a volte dell’aperta ostilità tra coloro che si professano cristiani non potevano trovare risposta solo nella preghiera. Quest’ultima anzi doveva suscitare una serie di iniziative volte a cambiare i cuori, aprendo un’era nuova, non di allontanamento da qualche punto della dottrina per soddisfare un irenismo a qualsiasi costo, ma di rasserenamento degli animi, di collaborazione possibile, di responsabile azione verso la concordia.

Oggi non abbiamo ancora raggiunto l’unità visibile tra i cristiani, tuttavia quanta strada è stata compiuta! Quanti ostacoli sono stati tolti dal sentiero, quanti malintesi sono stati dissolti! L’ecumenismo della carità, come la reciproca conoscenza e frequentazione ci fa ormai vedere anche le asperità del cammino in un modo del tutto nuovo. Certamente una considerevole parte del merito lo si deve al vostro concittadino, a Papa Giovanni, al suo sereno coraggio, alla sua capacità di individuare vie di autentico dialogo.

San Giovanni XXIII, imitando il Buon Pastore di cui ci hanno parlato le letture odierne, ha cercato le pecore disperse e ne ha avuto cura, radunandole e pascolandole per amore del Signore. Ha dedicato l’intera esistenza a Cristo e alla Chiesa, con zelo e generosità, non risparmiando fatiche e non pretendendo risultati immediati, ma offrendo una testimonianza indelebile di santità. Egli si fidò completamente di Gesù e il Signore gli affidò il suo gregge perché lo confermasse nella verità e lo guidasse nella via della salvezza.

Volendo essere ponte di riconciliazione tra gli uomini e Dio, Papa Roncalli divenne anche fattore di riconciliazione tra le Nazioni in un mondo minacciato dalle armi di distruzione di massa e dalla acuta tensione della guerra fredda. Ecco realizzarsi pienamente quell’itinerario che da Sotto il Monte lo condusse fino a essere efficace operatore di pace per il mondo intero.

Uno che «da fratello divenne padre per volontà di Nostro Signore», come egli affermò nel celebre discorso alla luna, in quella memorabile sera dell’11 ottobre 1962, giorno di apertura del concilio ecumenico Vaticano II.

di Pietro Parolin

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

19 settembre 2018

NOTIZIE CORRELATE