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Dalla sacra famiglia
alla famiglia umana

Pubblichiamo il testo della relazione pronunciata il 17 gennaio scorso al museo diocesano Carlo Maria Martini di Milano che dal 20 ottobre al 28 gennaio ha ospitato l’Adorazione dei pastori del Perugino.

Negli ultimi anni il presepe ha assunto particolare rilevanza per tre motivi: la promozione di Papa Francesco che, nei momenti più significativi della sua predicazione, lo propone come «esempio di vita per tutti» nonché il crescente interesse per la cultura popolare, per la quale il presepe rappresenta l’immaginario storico di una collettività. Basti citare, in questo senso, commentatori quali Pasolini e Testori. Ma soprattutto ha assunto un nuovo significato all’interno dell’arte sacra, grazie a nuove modalità — nate al di fuori della sfera specialistica — di interrogarla per la comprensione di noi e del nostro tempo (vedi libro di Massimo Cacciari, Generare Dio, Bologna, il Mulino, 2017).

Perugino, «L’adorazione dei pastori» (1502)

Per una “cultura dell’immagine”, come quella che stiamo vivendo, l’iconografia diviene uno strumento privilegiato soprattutto per coinvolgere i ragazzi. Ma solo un profondo senso storico, capace di collocare l’opera nel suo tempo e nel suo spazio, una sensibilità estetica, in grado di cogliere i mutamenti che intervengono nell’espressione e nella ricezione della bellezza e un’accurata analisi filologica che ne metta in luce ciò che rende un capolavoro unico e irripetibile, ci autorizzano a sottrarlo per un attimo al passato per considerarlo un interlocutore del presente senza tuttavia cadere nell’autoreferenzialità. 

Tutto questo vale anche per un prodotto pittorico quale L’adorazione dei pastori del Perugino, che può essere considerato un classico in quanto aperto a infinite interpretazioni. Ogni spettatore lo legge in base alla sua epoca, alla sua vita, agli appuntamenti che il destino ha fissato per lui.
Il presepe del Perugino si colloca evidentemente nell’arte sacra, dove costituisce un capolavoro, ma per certi versi appartiene anche alla messa in scena del teatro popolare, per l’importanza attribuita agli spettatori in veste di pastori, e a quella statuaria per il prevalere della forma sul colore. Benché nel Vangelo di Luca, i pastori siano i primi divulgatori della buona novella, nella storia dell’arte la priorità viene attribuita ai Re Magi, simboli della dimensione universale assunta dal cristianesimo.
Scegliere come tema l’Adorazione dei pastori piuttosto che dei re rappresenta una opzione significativa. Vuol dire, in un mondo ove i pastori rappresentavano l’ultimo gradino della scala sociale, preferire gli umili ai potenti, i poveri ai ricchi. Perugino, allievo del Verrocchio, dopo un lungo e fortunato soggiorno a Firenze, invece di emulare Leonardo e Michelangelo, considerati prestigiosi interpreti dei tempi nuovi, fa un passo indietro e rientra, ben accolto, a Perugia, dove gli viene commissionato di dipingere la Grande Pala della Chiesa di Sant’Agostino, alta otto metri e composta di trenta pannelli.
È interessante osservare che il modulo che stiamo ammirando fa parte della parete posteriore del polittico, quella rivolta non verso i fedeli ma dalla parte del coro, ove siedono i frati. Questo presepe non chiede quindi consenso e ammirazione ma intima, spirituale devozione. La scelta di ritornare a Perugia, città non ancora investita dall’inquietudine fiorentina, conferma l’intenzione dell’artista di uscire dal tempo storico, ove si sentiva ormai inattuale, per affidarsi a una dimensione astratta, estranea all’attualità, capace di sublimare i conflitti dell’epoca in una pace universale.
Nel dipinto, infatti, tra le due città prospettate da Agostino, la città celeste e la città terrestre, sceglie decisamente la prima evocando in punta di pennello, sullo sfondo della campagna, una città irriconoscibile e quasi invisibile agli occhi dello spettatore. Così come resta un vago sfondo la natura, che la pittura cinquecentesca stava invece valorizzando. Ma ciò che conta per il Perugino non è Firenze, la città che, dopo i fasti del secolo precedente, non lo riconosce più e in cui lui non si riconosce: il mondo è qui, sotto la tettoia che protegge la Natività, di fronte agli occhi dei pastori che, intenti a onorare il Bambino, ci indicano l’essenziale.
Sfrondando il presepe da ogni orpello decorativo Perugino evidenzia l’essenza del racconto: gli angeli, la Colomba circonfusa da un’aureola di luce, l’arrivo dei pastori con il gregge, la stella cometa, di cui si coglie indirettamente l’effetto nello sguardo schermato di un pastore. Sulla destra il bue e l’asinello, animali sacri al lavoro contadino, espressamente menzionati da san Luca, e rappresentati in una postura statica e in un atteggiamento pacifico che contrasta con l’inquietudine delle pecore e dei montoni retrostanti.
La dimensione verticale, imposta dalla ripartizione dei pannelli, risulta quanto mai funzionale alla dinamica ascensionale del messaggio, che conduce la sguardo dello spettatore verso l’alto, all’incontro con il simbolo dello Spirito Santo, posto tra due angeli che, in posizione speculare, ripropongono in un chiasma la postura delle braccia dei sottostanti pastori oranti.
Alla tensione verso l’alto della componente architettonica, tipicamente quattrocentesca, fa riscontro la fuga a ritroso, verso lo sfondo, dei rettangoli azzurri che decorano il pavimento su cui sosta in contemplazione del nuovo nato la Sacra famiglia.
L’ambientazione, intermedia tra l’interno e l’esterno, evoca lo scenario di un teatro di palazzo. Nonostante la verticalità del pannello, per gli occhi di chi legge il centro della composizione è rappresentato dalla triade familiare. Ed è sul neonato steso sul nudo pavimento di marmo, che si fissa, scendendo verso il basso, lo sguardo dello spettatore. Il capo sostenuto da un piccolo guanciale di velluto viola, il «Bambino di Betlemme», come lo chiamava san Francesco, osserva sereno, quasi distante, la realtà che gli si para dinnanzi. Non pare sorpreso della nascita miracolosa che lo ha condotto dal cielo in terra, dall’eternità alla storia.
Una nascita che realizza, per i cristiani, il coronamento di una duplice attesa, quella secolare del Messia, il compimento di nove lune della gestazione di Maria. Maria, che nella iconografia medioevale — pensiamo alla Natività di Giotto — è spesso raffigurata sdraiata, come spossata dalle doglie e dal parto, successivamente appare invece in ginocchio, come se la nascita di Gesù non avesse intaccato la sua integrità, proclamata dal «Dogma di Maria sempre Vergine» a Costantinopoli nel 553.
Mentre, nel quadro che stiamo osservando, le posture assunte dalla Madonna e san Giuseppe (ove la madre è più alta del padre) appaiono statiche, nella parte inferiore del dipinto si agitano, come osserva lo studioso Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, il piedino e l’alluce destro del Bambino con un movimento che, rimarcato dall’ombra, sembra fuoriuscire dal quadro. Lo stesso movimento che Cacciari coglie nel piede di Gesù Bambino in braccio alla Madonna del Mantegna conservata al Museo Poldi Pezzoli, un particolare che gli fa dire: «Generare è conoscere ciò che ha veramente vita propria, ciò che mostra di poter vivere in sé e per sé».
Differenti poi le reazioni dei due genitori. Mentre la Madonna, già predisposta dall’Annunciazione a ricevere la sua straordinaria creatura, la contempla con estatica dolcezza, san Giuseppe appare più umano nel gesto delle mani che, a palme aperte e come sospese, esprimono una pluralità di emozioni: la sorpresa, l’accettazione, una pensosa contemplazione. E anche il timore che assale ogni neo padre di danneggiare toccandola una creatura così fragile.
Tutto, come dicevo, risulta immobile, sospeso da un ferma immagine che rende sacro l’evento in atto. Dove “sacro” non significa religioso nel senso istituzionale, perché commissionato dalla Chiesa e rivolto ai fedeli, ma sacro perché accade un evento che ferma il tempo e immobilizza spazio lasciando emergere una dimensione altra, trascendente, ove nulla è contingente, tutto è necessario.
L’arte trasforma un fatto storico, la nascita di Gesù, in un simbolo che riguarda ogni nato e il mondo intero che a ogni nuova vita si rinnova. L’aspetto universale del Natale ci coinvolge perché tutti si nasce figli e perché la realtà o la possibilità della maternità e della paternità ci riguardano. Il triangolo della Sacra Famiglia costituisce uno stemma che resiste intatto nell’inconscio di ciascuno, nonostante l’attuale corrosione dell’idea sociale e culturale di famiglia.
Se alla superfice della mente la figura della madre si sta scomponendo in una costellazione in cui possono coesistere la madre genetica, la gestante, l’acquirente e l’accudente, nell’immaginario inconscio domina ancora il triangolo che Freud chiama “edipico”, composto di padre, madre, figlio, mantenuti vicini e lontani da tensioni che utilizzano, componendole, le due forze che dominano la vita: l’amore che unisce e l’odio che divide.
Che cosa dice all’inquieto interrogarsi della famiglia contemporanea, la geometrica, essenziale composizione del Perugino? Che, nonostante gli stampi della tradizione si siano infranti, è fondamentale mantenere le posizioni, sempre reciproche: si è figli rispetto ai genitori e viceversa. Nessuno è figlio di se stesso, come vorrebbe l’identità narcisistica.
Le funzioni genitoriali possono essere condivise, come di fatto avviene, ma è importante che le figure conservino il loro posto nel triangolo della famiglia, che la differenza tra i diversi membri venga mantenuta. No, quindi, al padre mammo, ai genitori considerati fratelli o amici, alla moglie che prende il posto della mamma, al marito considerato papà. Ho sentito molti padri asserire: «Sono il miglior amico di mio figlio» ma non ho mai sentito un ragazzo dire: «Sono il miglior amico di mio padre». Possono certamente fare tante cose insieme, condividere hobby, sport, viaggi e interessi, purché non si sovrappongano, purché non venga meno la distanza verticale tra di loro.
Così come è importante che la figura paterna non evapori, come dice Lacan, che non lasci sola la madre ad assolvere entrambe le funzioni genitoriali. I ragazzi hanno bisogno di figure autorevoli, agli amici ci pensano da soli.
Assumere posizioni paritetiche per evitare confronti e scontri non aiuta la famiglia a evolvere, a crescere. L’importante è che il padre faccia il padre anche affrontando l’eventualità di non essere amato, almeno nel momento in cui esprime obblighi e divieti, in cui impone sanzioni in nome della legge che egli rappresenta.
La famiglia non è fine a se stessa, alla sua conservazione, ma svolge una funzione fondamentale: aiutare il figlio a transitare dallo spazio privato a quello pubblico, dai legami naturali di consanguineità a quelli simbolici di coniugalità. Mentre, come nel gioco degli scacchi, lo schema resta fisso, le pedine dei figli si muovono, cambiano posizione ma non a casaccio, seguendo una direzione e mirando a uno scopo.
Chi conosce i bambini ha potuto constatare non solo l’originario attaccamento alla madre, ma anche l’innamoramento che la figlia a un certo punto prova per il suo papà e il figlio per la sua mamma. Sono passioni premature e immaginarie ma, in quanto interdette dal divieto dell’incesto, servono per porre un limite al desiderio onnipotente dei bambini (voglio tutto subito) e all’autosufficienza della famiglia.
Il divieto dell’incesto che fonda ogni società risulta assurdo per i piccoli in quanto prevede che le persone a loro più vicine, la mamma e il papà, debbano diventare le più lontane. Potranno infatti amare e sposare chiunque purché non sia un familiare. Ma è questa Legge delle leggi che, contrastando la promiscuità animale, ci umanizza.
La capacità di stare al tempo stesso vicini e lontani, di amarci con tenerezza, è il messaggio inviato dal Perugino. La sacra famiglia vive in uno spazio semiaperto (l’edificio che contiene il presepe non ha pareti) ma la circonda un invisibile cerchio di affetti. Nulla separa di fatto l’ambito pubblico da quello privato se non l’intenzionalità dei protagonisti, l’intensità dei loro sentimenti.
La serenità con cui la Madonna contempla il suo neonato inerme ci dice che non prevede il tragico destino che l’attende. L’Angelo Gabriele, annunciandole il futuro prossimo, le aveva infatti risparmiato il dolore a venire. Noi donne umane sappiamo che alla gioia della nascita subentra spesso un velo di tristezza, come se, nonostante la gioia, fossimo improvvisamente consapevoli di aver dato alla luce un essere mortale. La Madonna del Perugino si mantiene invece straordinariamente serena perché l’Angelo l’aveva preparata al futuro dicendole: «Non temere Maria, perché avrai grazia presso Dio».
La sua grazia è la speranza. Ed è un invito alla speranza che la luce del Perugino trasmette a lei e a noi che, dopo cinquecento anni, ne ammiriamo l’opera portandola a compimento con il nostro sguardo. La bellezza è innanzitutto negli occhi di chi guarda. 

di Silvia Vegetti Finzi

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