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Dalla provincia ma per nulla provinciale

· Da ricerche di archivio emerge la vicenda biografica di Giuseppe Bastia, primo direttore dell’«Osservatore Romano» con Nicola Zanchini ·

La sua figura e la sua storia dimostrano anche la vitalità della presenza dei cattolici nelle terre emiliane e romagnole

Sembra quasi un segno potente che indica il percorso di una vita il fatto che Giuseppe Bastia, cattolico convinto e “intransigente”, compagno di Nicola Zanchini nella fondazione e nella direzione dell’«Osservatore Romano», abbia aperto gli occhi nell’ormai lontano 1827 a Cento, attualmente in provincia di Ferrara, in una casa posta di fronte alla chiesa del Rosario. Dinnanzi a questo luogo, scrigno che racchiude le testimonianze dell’arte di uno dei grandi della pittura, il Guercino, dove si esprime da secoli la devozione dei centesi, nacque il 28 dicembre 1827 Giuseppe Ercole Bastia che, insieme al forlivese Zanchini, avrebbe avuto il coraggio di combattere per la Chiesa e per il Papa una dura battaglia sul terreno del giornalismo.

Anche Bastia, come del resto Zanchini, proveniva dai territori delle cosiddette ex legazioni, nel caso del centese da quella di Ferrara, che, a seguito della vittoriosa campagna franco piemontese contro gli austriaci del 1859, sarebbe stata strappata al Papa per entrare a far parte del nascente Regno d’Italia. La figura e la storia di Bastia ci confermano l’esistenza di un contesto assai significativo di laici, non liquidabili come isolate personalità filopapaline, ma segnali di una vitalità della presenza dei cattolici; si confuta così una immagine ideologicamente viziata e totalizzante che assegna tout court a queste terre emiliane e romagnole la palma dell’anticlericalismo.

Bastia, con la sua aperta scelta di campo per la Chiesa e per il Papa è in qualche modo agli antipodi di un altro personaggio centese, di lui molto più noto e ricordato, comunque anch’esso riconducibile al mondo cattolico, almeno come origine, che è Ugo Bassi (1801-1849). Frate barnabita, seguace di Garibaldi che seguì durante la Repubblica Romana, catturato dagli austriaci dopo la caduta di Roma, venne poco dopo fucilato a Bologna. In proposito è curioso ricordare che la strada di Cento ove si trovava la casa natale di Bastia è oggi intitolata proprio a Ugo Bassi.

Come scopriamo consultando il registro dei battesimi della collegiata di San Biagio che si trova nel cuore di Cento, i genitori di Bastia erano Antonio, che si sarebbe spento nel 1835 lasciando cinque figli piccoli, e Annunziata Farnè. Il padre era un ricco macellaio al quale la grande floridezza degli affari consentì di costruire un bel palazzo proprio di fronte alla chiesa del Rosario; in questa casa, secondo lo “stato delle anime” della Collegiata di San Biagio, vivevano nel 1835 la vedova Annunziata e i cinque figli: Maria, la primogenita, quindi Giuseppe e i fratellini più piccoli Giovanni, Anna e Teresa e, a testimonianza della agiatezza della famiglia Bastia, prestavano servizio nel palazzo anche due servitori.

Come per il forlivese Zanchini, al quale è paragonabile per la personalità poliedrica, anche su Bastia è sceso l’oblio, rendendo non molto agevole ricostruirne la vicenda personale. In questo senso un contributo estremamente significativo per ricostruire la vita e le opere del centese che, come vedremo, sarebbe riduttivo definire semplicemente solo un pioniere della informazione cattolica, è La Selva alfabeticamente disposta di nomi e cose centesi e di quant’ altro in richiamo a Cento appartiene di Antonio Orsini (1858-1928). Si tratta di una monumentale opera storica (ottantasette quaderni manoscritti raccolti in sei volumi) riscoperta da due ricercatori di Cento, Guido Vancini e Giuseppe Sitta, di prossima pubblicazione (grazie all’impegno finanziario della Fondazione Cassa di Risparmio di Cento, Amministrazione comunale, Lions e Leo Club, Associazione Amici della Pinacoteca e Associazione Imprenditori Centesi per la Cultura). In questa sorta di enciclopedia centese, attendibile e assai considerevole fonte di conoscenza relativa a personaggi, luoghi e storia della città di Cento e del suo territorio, troviamo quindi numerose informazioni su Bastia e il contesto nel quale operò.

Probabilmente la condizione agiata della famiglia consentì a Giuseppe di accedere agli studi di giurisprudenza alla vicina e prestigiosa università di Bologna dove si laureò nel 1850. Gli anni di studio nella città petroniana avranno senz’altro avuto come effetto quello di favorire e intensificare i contatti con i cattolici bolognesi come testimonia la presenza di Bastia e di suo fratello più giovane, Giovanni, tra i fondatori nel 1850 della Associazione cattolico-italiana che vide tra i suoi animatori Giambattista Casoni, figura significativa dell’associazionismo cattolico del tempo e giornalista attivissimo che nel 1890 sarebbe divenuto direttore dell’«Osservatore Romano», dopo una breve precedente condirezione in affiancamento al marchese Baviera.

Bastia si era radicato fortemente a Bologna come è confermato dalla documentazione custodita nell’archivio anagrafico del comune bolognese tanto che vi mantenne formalmente la residenza, nonostante gli anni passati a Roma dalla quale rientrò definitivamente nel giugno del 1870 e il periodo dal 1884 al 1887 trascorso a Verona. A Bologna Bastia si sposò nel 1855 con Sofia Mei, una bolognese di sei anni più giovane e, come risulta dagli archivi dell’anagrafe, la coppia non ebbe figli. Proprio nella città emiliana Bastia si spense il 7 maggio 1893 nella sua casa di via del Poggiale, ribattezzata dopo la Grande guerra, via Nazario Sauro, mentre la moglie gli sarebbe sopravvissuta fino al 1914.

La caduta del regime pontificio nei territori emiliano-romagnoli determinò un forte innalzamento della tensione tra la Chiesa e le autorità del nascente Stato unitario italiano che, ad esempio, sfociarono in clamorosi arresti in ambito bolognese di alti prelati come monsignor Ratta, vicario dell’archidiocesi, e monsignor Canzi, arcivescovo supplente, i quali pagarono a caro prezzo l’avere indicato al clero bolognese l’adozione di comportamenti non certo favorevoli al nuovo potere e a quanti lo appoggiavano.

Con la sua solida preparazione giuridica e le sue capacità di avvocato, Bastia partecipò in prima linea a quella tormentata stagione vissuta dalla Chiesa bolognese assumendo il ruolo di difensore in sede processuale, come ampiamente documentato nel testo stampato a Bologna nel 1860 che illustra la strategia difensiva adottata nel caso di Ratta, vicario della diocesi bolognese. Questi, arrestato addirittura mentre si recava ad assistere l’arcivescovo Viale Prelà che era in punto di morte, fu condannato a tre anni di carcere, scontandone però solo poco più di tre mesi, per non avere autorizzato il clero bolognese a partecipare alle celebrazioni per l’anniversario dello Statuto Albertino. Sempre tre anni di carcere — in questo caso effettivamente scontati — furono inflitti in seguito a monsignor Canzi, arcivescovo supplente per avere dato la disposizione di negare la comunione a quanti erano attivamente impegnati a fianco del nuovo potere.

Il ruolo di difensore di parte cattolica in sede processuale e l’essere autore di un articolo nel quale si esprimeva sostegno alla ultima resistenza borbonica nella fortezza di Gaeta contro le truppe di Vittorio Emanuele ii contribuirono a creare un clima molto ostile attorno a Bastia da parte dell’opinione pubblica più anticlericale inducendolo a lasciare gli ex territori pontifici per raggiungere Roma ove avrebbe dato inizio con Zanchini all’impresa dell’«Osservatore Romano».

Tuttavia è probabile che questa scelta sia stata determinata piuttosto dalla convinzione della necessità di sviluppare un più deciso impegno a difendere la libertà della Chiesa che si riteneva grandemente minacciata dall’attacco al potere temporale papale. Come documenta la Selva di Antonio Orsini, Bastia evidenziò doti anche in campo letterario tanto da essere menzionato, oltre che come romanziere, anche, appena diciottenne, come autore di versi celebrativi dell’amnistia concessa da Pio IX dopo la sua elezione.

Da vivace polemista, il futuro fondatore dell’«Osservatore Romano» si batté come difensore del ruolo e dei diritti della Chiesa e del Papa. Di questo suo impegno è testimonianza Il dominio temporale dei papi dal 1815 al 1846 , saggio pubblicato a Bologna nel 1890, a pochi anni dalla morte, segno di un forte orientamento e convincimento che lo animarono costantemente per tutta la vita.

Il notevole spessore culturale di Bastia appare evidente considerando che proprio a lui si deve la traduzione dal francese del libro pubblicato a Bologna nel 1861 Roma, l’Italia e l’Europa senza il Papa , opera di Felix Antoine Philibert Dupanloup (1802-1878), personalità di rilievo della Chiesa dell’Ottocento, arcivescovo di Orleans, del quale si ricorda anche l’importante contributo dato alla discussione su Sillabo e infallibilità papale.

Riscoprendo la figura di Bastia dobbiamo anche ricordare un altro centese suo contemporaneo che ebbe un ruolo nella fase pionieristica dell’«Osservatore Romano». Si tratta di Paolo Pultrini, citato tra i primi componenti del gruppo di redazione del giornale; la Selva orsiniana ci fornisce qualche altra informazione che permette di delineare meglio i contorni di questo personaggio.

Inizialmente si dedicò all’insegnamento nella vicina cittadina di San Pietro in Casale ricoprendo l’incarico pubblico di maestro ma gli eventi successivi alla elezione a Papa di Mastai Ferretti portarono Pultrini lontano da una tranquilla carriera di insegnante in un borgo di una provincia della Stato Pontificio. Travolto, come tanti altri, dall’entusiasmo suscitato dal provvedimento di clemenza emanato da Pio IX all’inizio del suo pontificato, Pultrini compose in quei giorni del 1846 versi celebrativi dell’amnistia che furono dati alle stampe. Emergevano così le sue doti di scrittore che lo portarono in seguito a Roma ove fece parte della prima redazione dell’«Osservatore Romano». Pultrini, che si stabilì definitivamente a Roma fino alla morte, collaborò a lungo con il giornale, conquistandosi la considerazione pontificia tanto che fu «insignito di Ordini equestri pontifici, essendo d’ognora caro a Pio IX e Leone XIII» come sottolinea Orsini ne La Selva .

La vicenda di Pultrini conferma ancora una volta come dalla “provincia” vennero personalità — e Bastia ne è il chiaro esempio come il collega Zanchini — le quali, con una mentalità e impostazione per nulla “provinciali”, furono capaci di realizzare un giornale come «L’Osservatore Romano» da subito caratterizzato da una tecnica giornalistica moderna e dinamica e da una grande e appassionata apertura alla conoscenza e alla discussione di quanto la realtà dei loro tempi proponeva.

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