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Dalla preghiera alla carità

· Don Francesco Spinelli ·

«Riportai sempre l’impressione di trovarmi in presenza di un santo sacerdote, che consacrava la sua vita alla gloria di Dio e alla salvezza delle anime, e bastava trattenersi con lui per sentire il profumo delle sue sacerdotali virtù. Il suo sguardo angelico, vivo riflesso dell’anima sua, l’affabilità con cui trattava ricchi e poveri, sacerdoti e laici, la carità che traspariva dalle sue parole confermata dalle opere, era per noi una grande scuola che ci stimolava alla santità della vita sacerdotale, della quale don Francesco Spinelli era un vivo esemplare». Questo bel ritratto, vergato il 24 febbraio 1928 da don Fimoli, parroco di Sirone (Lecco), sintetizza mirabilmente la santità di don Spinelli.

Nato a Milano il 14 aprile 1853 da genitori di origine bergamasca, riceve una solida formazione culturale e spirituale. Alunno prima del collegio Gallina di Cremona e poi del Sant’Alessandro di Bergamo, frequenta i corsi ginnasiali e liceali con ottimi risultati, nonostante la salute cagionevole. Attratto dalla vocazione sacerdotale, nel 1871 inizia lo studio della teologia nel seminario di Bergamo, risiedendo presso lo zio, don Pietro Cagliaroli, parroco di Sant’Alessandro in Colonna, popoloso borgo della città orobica. Ordinato sacerdote il 17 ottobre 1875 a Gavarno, residenza estiva di monsignor Pietro Luigi Speranza, vescovo di Bergamo, nello stesso anno si reca a Roma per il giubileo. E nella basilica di Santa Maria Maggiore, vive un’intensa esperienza mistica: “vede” una schiera di vergini in adorazione del santissimo sacramento. Tornato a Bergamo, si dedica con generosità all’apostolato: dirige una scuola serale presso l’oratorio di don Luigi Palazzolo; si prodiga in favore dei poveri; insegna religione agli studenti; guida spiritualmente alcune comunità religiose femminili.

Nel 1882, a San Gervasio d’Adda, incontra Caterina Comensoli, giovane donna desiderosa di farsi religiosa. Insieme progettano una nuova congregazione che ha inizio il 15 dicembre 1882 con il nome di Istituto delle suore adoratrici. Per la loro opera i due fondatori traggono ispirazione da esperienze e modelli diversi. Per esempio, c’è una forte sintonia con la piccola casa delle divina provvidenza, creata da Giuseppe Cottolengo a Torino: stessa fiducia sconfinata nel Signore, perché «a chi straordinariamente confida, Dio straordinariamente provvede»; stesso amore per Gesù presente nel santissimo sacramento, adorato in ogni casa dell’istituto. Don Spinelli è uomo capace di discernimento; sa leggere i segni dei tempi e struttura la famiglia religiosa con tratti di genialità e di innovazione: non semplice ospizio, ma un’istituzione flessibile che comprende anche una vera e propria attività imprenditoriale, quella della produzione tessile, per dare lavoro e quindi promuovere la dignità di soggetti fragili che difficilmente la troverebbero altrove.

Oltre alle costituzioni, per conoscere la spiritualità di don Spinelli sono importanti sia la ricca corrispondenza personale con le sue suore sia le lettere circolari che egli invia loro dal 1884 fino a pochi mesi prima di morire. Di grande interesse sono pure le conversazioni eucaristiche (1886): una trentina di meditazioni dal tono mistico, nate dall’adorazione davanti al tabernacolo. Da lì, le suore adoratrici sono invitate ad attingere quella «accesa carità» richiamata anche dal colore rosso dello scapolare che indossano per l’adorazione, in memoria del sangue scaturito dal cuore di Gesù, presente nell’Eucaristia.

Il nuovo istituto si sviluppa rapidamente: nelle loro case le religiose accolgono poveri, malati persone con gravi handicap fisici e psichici. Per una serie di gravi equivoci, mancati appoggi e qualche leggerezza amministrativa, il giovane e fiorente istituto subisce un drammatico tracollo finanziario e nel 1889 don Spinelli è costretto a farsi da parte e a lasciare Bergamo. Alle suore che lo salutano in lacrime, egli mostra le tasche rovesciate e dice: «Non porto con me un centesimo; sono fallito, ma non ho tradito; piuttosto altri hanno tradito la mia buona fede. Perdono di cuore. Pregate, state unite e l’istituto continuerà». Accolto con benevolenza da monsignor Geremia Bonomelli, si trasferisce a Rivolta d’Adda, nella diocesi di Cremona, separandosi a malincuore da madre Comensoli, rimasta a Bergamo con un gruppo di consorelle che assumeranno il nome di suore sacramentine. Le religiose che invece scelgono di stare con lui continueranno a chiamarsi suore adoratrici del santissimo sacramento, votandosi all’adorazione perpetua e al servizio dei fratelli più emarginati, respinti da altri enti e istituzioni.

Da vero uomo spirituale qual è, don Spinelli offre una proposta di vita religiosa senza fronzoli, tutta centrata sull’amore di Dio e del prossimo, alimentata da una preghiera incessante. Egli vive l’adorazione nella prospettiva indicata oggi da Papa Francesco: «la santità è fatta di apertura abituale alla trascendenza, che si esprime nella preghiera e nell’adorazione» (Gaudete et exsultate 147); d’altra parte «la preghiera è preziosa se alimenta una donazione quotidiana d’amore» (ibidem 104). Le istruzioni di don Spinelli alle suore sono un vero programma di vita spirituale e manifestano una straordinaria delicatezza d’animo: «Procurate che [...] trovino in voi il sollievo più confortante e nessuno possa dire male di voi, anzi tutti siano costretti a benedire i sacrifici della Suora, che non fa distinzione fra ricchi e poveri, fra vecchi e giovani, che perdona le offese e le ingratitudini, ricambia con tratti più generosi, che diventa occhio al cieco, piede allo zoppo, madre all’orfanello e derelitto, e consola le agonie con il sorriso delle caste e immortali speranze del cielo; ella è tutta per tutti, specie negli infelici, vede con l’occhio della fede e coi palpiti della carità l’oggetto del suo più puro amore; vede, ama Gesù» (Lettera circolare, marzo 1908). Citando ancora Papa Francesco, si può dire che a don Spinelli «né la preghiera, né l’amore di Dio, né la lettura del Vangelo diminuirono la passione e l’efficacia della sua dedizione al prossimo» (Gaudete et exsultate 100).

Circondato da vasta fama di santità, don Spinelli muore il 6 febbraio 1913. Viene beatificato da Giovanni Paolo II il 21 giugno 1992, nel santuario mariano di Caravaggio. Tra i suoi estimatori c’è anche Giovanni XXIII. Il 30 agosto 1958, due mesi prima di diventare Papa, a Rivolta d’Adda annota: «Fui ammirato della casa generalizia delle suore adoratrici fondate dal ven. Francesco Spinelli presso la cui bella tomba fui ben contento di pregare. Come il Signore lavora i suoi santi!». Tre anni dopo, ormai Pontefice, appunta ancora: «Presiedetti alla Congregazione dei Riti per le pratiche delle due cause di P. Leonardo Murialdo e della Madre Comensoli. Mi accontentai di esprimere il voto che il processo per la Comensoli non chiuda del tutto la porta a quello per il P. Francesco Spinelli» (21 marzo 1961).

di Ezio Bolis

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