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Dalla paura
alla fraternità

· Intervista al vicario generale di Parigi Benoist de Sinety ·

Il Papa lo ha detto con forza, parlando ai vescovi dell’America centrale: «Il Vicario generale di Parigi, Mons. Benoist de Sinety, ha appena pubblicato un libro che ha come sottotitolo: “Accogliere i migranti, un appello al coraggio”. È una gioia, questo libro. Lui è qui, alla Giornata». Lo abbiamo quindi subito cercato e lui si è fatto trovare, anche se ha dovuto lasciare per un po’ di tempo i giovani che ha accompagnato alla Gmg da Parigi. Il volto sereno e solare di chi opera sul campo quotidianamente, poche parole e molta concretezza, la stessa con cui risponde alle nostre domande.

Il direttore a colloquio con monsignor de Sinety

Com’è nato questo libro? Se ho capito bene è nato da una sua esperienza diretta, perché all’inizio lei non era molto coinvolto dall’idea dell’accoglienza, finché non ha avuto un’esperienza personale.

In effetti quando sono stato nominato vicario generale, tre anni fa, ho scoperto una realtà che, come tutti, conoscevo attraverso la televisione e internet, e allo stesso tempo ho visto nel nord di Parigi molte parrocchie e persone che attuavano delle iniziative e che lavoravano per aiutare quei migranti. Da un lato vedevo tutti quelli che lavoravano e cercavano di aiutarli e dall’altro, allo stesso tempo, in altre aree di Parigi più agiate, molte persone che dicevano che ci sono troppi migranti. Era spaventoso. È la logica del guaritore ferito: soltanto uno che è stato ferito può guarire. Il problema vero, che ho voluto affrontare in questo libro sul tema del coraggio, è che tutto questo fa paura. Molte persone in Francia, come ovunque in Europa e in America, vivono una sorta di sentimento misto: hanno paura dei migranti e al tempo stesso si commuovono davanti alla loro disperazione.

Voglio insistere su questo tema della paura e lo collego a quello della fraternità: due elementi che combattono nel cuore dell’uomo per cui se vince uno perde l’altro.

Penso che la specificità del cristiano, del battezzato, è che è chiamato a essere un profeta, e il profeta non è solo, appartiene a un popolo di profeti. Dunque io so, come battezzato, che posso appoggiarmi prima di tutto a colui che mi chiama a essere profeta, vale a dire a Cristo, e poi che posso appoggiarmi al popolo, che, come me, è chiamato a essere profeta. E la fraternità è questa: la fraternità è che il cristiano sa che facciamo parte di un popolo, che ogni uomo è suo fratello. Ma oggi viviamo una crisi molto profonda, soprattutto in Occidente, la crisi che nasce dal non sapere più di chi siamo figli e la fraternità è possibile solo se riconosciamo che abbiamo un padre in comune. Se non c’è un padre non c’è nemmeno il fratello.

Che cos’è il coraggio, secondo lei?

È accettare di ricevere e di testimoniare il Vangelo, anche se a volte si fa fatica a capirlo, a viverlo. Il coraggio è affrontare e attraversare la paura sapendo che la paura è sempre lì, perché si ha sempre paura di qualcosa, si ha sempre paura della morte.

Nella sua esperienza, che cosa fa paura nel confronto con l’altro?

Credo che per molte persone in Francia la paura è sentirsi soli, paura della solitudine sociale, della solitudine affettiva, della povertà. Molte persone hanno paura di questo. E hanno la sensazione che la situazione attuale stia portando a una crescita di questa solitudine. E quando vedo che la stragrande maggioranza dei francesi dichiara di non avere fede in Dio, penso che questa solitudine sia ancora più grande.

La conversazione scivola inevitabilmente sulla dimensione politica, con un sorriso amaro il vicario mi fa notare che la paura a livello politico è un brand che paga bene come ha detto pochi giorni fa il segretario generale dell’Onu, permette anche di vincere le elezioni. E questo complica la situazione, perché si ha interesse a far crescere la paura. Benoist de Sinety è molto scettico e diffidente verso le persone che hanno la soluzione. Specialmente per i migranti.

In Francia si parla molto poco dei migranti, nella politica. Ne parla l’estrema destra, il Front National, ma in genere gli uomini politici, i responsabili politici hanno molta paura di parlare dei migranti. Un uomo politico mi ha detto un giorno: non si può parlare dei migranti perché i francesi non vogliono sentirne parlare. Non va bene, in una società più “normale” la politica non dovrebbe dire alla gente quello che la gente vuole sentirsi dire. Dovrebbe avere una funzione anche educativa. Oggi si procede invece per slogan, semplificando una situazione complessa, è questo il problema: viviamo in società dove si è quasi costretti a dire le cose in modo molto semplice anche quando ci si trova di fronte a situazioni molto complicate.

La Chiesa in uscita di Papa Francesco è compresa e condivisa in Francia?

Credo che la stragrande maggioranza sia molto contenta di avere Papa Francesco. La stragrande maggioranza dei cristiani, e anche dei francesi. È forse la prima volta che un Papa è popolare tra i non credenti. È anche vero che ci sono alcuni cristiani, alcuni cattolici, che sono disorientati, che sono stupiti, un po’ persi, riguardo al suo modo di parlare, riguardo alla rapidità delle cose. Per i francesi può essere complicato capire che un Papa possa essere di una cultura diversa dalla loro. Per i francesi tutto è francese. Ma amavano molto Giovanni Paolo II, ma amavano molto Benedetto XVI, e amano molto Papa Francesco. La grande novità è che Papa Francesco è popolare in Francia al di fuori della Chiesa. È qualcosa di molto nuovo. Perché questo è un Papa non identitario, direi semplicemente che è un Papa cattolico. Forse fa problema il suo essere sudamericano, è complicato per gli europei accettare tutto ciò. Ci vuole coraggio anche per accettare che il cattolicesimo sia “altro”, che non sia solo europeo.

di Andrea Monda

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19 marzo 2019

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