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Dalla parte di Richard

· Il dramma di un uomo normale nell’ultimo film di Clint Eastwood ·

Clint Eastwood aggiunge un altro nome al suo personale pantheon di eroi americani, arricchitosi soprattutto nell’ultimo decennio di carriera dietro la macchina da presa. Eroi per caso, “common people”, persone normali, talvolta persino mediocri, non di rado fragili, il più delle volte spinte da un patriottico senso del dovere molto stelle e strisce, che in un determinato frangente della vita si trovano nel posto giusto al momento giusto, facendo la cosa giusta. Ma che talvolta dalle stelle precipitano improvvisamente nella polvere. È il caso del protagonista del film Richard Jewell che il regista — 90 anni il 31 maggio — dedica alla vicenda dell’uomo che salvò la vita di decine di persone durante le olimpiadi di Atlanta, sventando un attentato. Un’altra storia vera, dopo quella raccontata con Sully (2016) sul pilota Chesley Sullenberger che nel 2009 fece ammarare sull’Hudson un aereo con i motori in avaria, salvando 155 persone.

Richard Jewell, che presta servizio come addetto alla sicurezza della società telefonica AT&T, la sera del 27 luglio 1996 si trova al Centennial Olympic Park durante uno degli eventi che fanno da contorno alle gare sportive. Vede uno zaino sospetto abbandonato e lancia l’allarme, permettendo così alla polizia di sgomberare parzialmente il luogo in cui la bomba temporizzata sarebbe di lì a poco esplosa. Nello scoppio muore una persona e altre 111 rimangono ferite, ma il bilancio sarebbe stato ben più grave senza l’intervento di Jewell. Il quale viene subito esaltato come un eroe dai media. Ma contestualmente l’Fbi inizia a indagare su di lui. Una giornalista lo viene a sapere e per Jewell inizia un vero e proprio massacro mediatico. In suo aiuto c’è solo un avvocato di provincia, conosciuto durante una precedente esperienza lavorativa.

All’inizio Eastwood si sofferma sui precedenti tentativi di Jewell, interpretato da un sorprendente Paul Walter Hauser, di coronare il suo sogno di lavorare come addetto alla sicurezza, poliziotto o guardia privata. L’uomo, che abita con l’anziana madre (un’ottima Kathy Bates), ha problemi di sovrappeso, soffre di diabete e ha un senso quasi maniacale del dovere; cosa che sul lavoro lo porta a un’eccessiva rigidità nell’applicare e far rispettare le regole. Si considera un patriota, a casa ha un arsenale di armi (gli piace cacciare) e la sua paura maggiore è quella di venire additato come omosessuale. Tratti fisici e soprattutto caratteriali — la stampa lo definisce ciccione e ottuso — che agli occhi dell’Fbi lo candidano a indiziato perfetto.

Il suo profilo rispecchia infatti quello dell’attentatore solitario: un bianco che vorrebbe diventare poliziotto, in cerca di fama, frustrato però dall’insuccesso. Un presunto colpevole che peraltro sembra non far nulla per allontanare i sospetti. Anzi, la sua accondiscendenza verso gli agenti federali che indagano su di lui appare persino irritante, mandando su tutte le furie il suo avvocato, il sempre bravo Sam Rockwell: «Smettila di essere il loro migliore amico». «Mi è stato insegnato a rispettare le autorità» la spiazzante risposta di Jewell.

Mano a mano che il racconto procede, lo spettatore viene calato nello stesso vortice che risucchia inesorabilmente il protagonista, incapace di reagire. E Eastwood è puntuale nel rappresentare la cinica e spietata macchina del fango che sta distruggendo la vita di Jewell, soffermandosi non solo sull’operato dell’Fbi, che pur non avendo prove — e a un certo punto persino sicura che l’uomo non abbia avuto modo di attuare il piano di cui viene accusato — non lo molla, ma anche e soprattutto sulla stampa, in particolare sul ruolo di Kathy Scruggs, la giornalista dell’«Atlanta Journal-Constitution» autrice dello scoop da cui è partito tutto, interpretata da Olivia Wilde.

Proprio l’aver evidenziato gli errori dell’Fbi e disegnato un ritratto della reporter certamente poco lusinghiero, ha fatto sì che il film venisse accolto in patria piuttosto freddamente sia dal pubblico che dalla critica. E anche i giurati degli Academy Awards hanno snobbato la pellicola, cui è andata una sola candidatura all’Oscar, quella a Kathy Bates come miglior attrice non protagonista. Basato sull’articolo di «Vanity Fair» American Nightmare - The Ballad of Richard Jewell di Marie Brenner, che ha ricostruito la drammatica vicenda, Richard Jewell è invece un film ben girato e recitato, con sprazzi di ottimo cinema, soprattutto quando la regia punta all’essenziale e il racconto procede quasi per inerzia. Quella di Eastwood — che qui non si abbandona alla retorica — è una denuncia inequivocabile dell’ipocrisia dei media e dei pericoli insiti nel loro grande potere. Ma punta anche il dito contro un sistema che crea eroi tanto facilmente così come altrettanto celermente è pronto a distruggerli. L’incubo giudiziario di Richard Jewell è durato quasi tre mesi, ma un po’ di quel fango gli è rimasto appiccicato addosso fino alla morte, il 29 agosto 2007, a 44 anni, dopo aver coronato il sogno di diventare poliziotto.

Un altro film a suo modo politico, dunque, come ci ha abituato da tempo Eastwood, che quando pensi di averlo capito e catalogato, ti spiazza. E allora non ti resta che riconoscerne la bravura persino le volte in cui, come in questo caso, non sembra aggiungere nulla di originale alla sua opera.

di Gaetano Vallini

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23 febbraio 2020

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