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Dalla parte
di Giulietta

· ​Processo a Fellini, un omaggio teatrale alla moglie del regista ·

È stato in scena dal 25 al 27 gennaio all’Altrove Teatro Studio di Roma, lo spettacolo Processo a Fellini, scritto da Riccardo Pechini e interpretato da Caterina Gramaglia e Giulio Forges Davanzati, per la regia di Mariano Lamberti.

Giulio Forges Davanzati e Caterina Gramaglia in una scena dello spettacolo

Una Giulietta Masina ancora giovane ma psicologicamente svuotata e disorientata sul piano esistenziale, tenta un bilancio della propria vita coniugale assieme a Federico Fellini, intravedendovi la fonte di tutti i propri problemi. Il processo del titolo, quindi, viene mosso al grande regista italiano da parte della sua fedelissima compagna di vita e di arte. Per una sera, lo spettatore può assistere al lato oscuro, ma vitalissimo, del roboante circo felliniano cristallizzato sul grande schermo. Lato oscuro costituito dalla personalità di Giulietta, che si ritrova nella scomoda, schizofrenica posizione di musa ispiratrice da una parte e donna tradita e perennemente trascurata dall’altra.

Il testo di Pechini va dunque al cuore di un aspetto che non è soltanto un problema della coppia in questione, ma anche uno dei cardini più o meno nascosti della poetica felliniana. Un suo tema ricorrente. Che è quello della paura del provinciale cattolico di perdere la propria integrità morale a contatto con la realtà della grande città, con il successo e con la vita mondana. In tal senso, si può vedere tutta la filmografia del regista come un’enorme seduta psicanalitica messa in piedi per cercare di risolvere tali dissidi interiori. Seduta condotta, però — e qui sta tutta la sua forza visionaria e il suo scarso rispetto all’opera di registi strettamente psicanalitici, come Allen per esempio — non con le categorie colte e cerebrali di chi si intende davvero di psicanalisi, ma piuttosto dello spirito fanciullesco che istintivamente si muove in un mondo fatto di archetipi difficili da gestire e interpretare. Ecco allora che il Marcello protagonista di La dolce vita finirà per diventare parte delle proprie paure pur di superarle. Un concetto eminentemente psicanalitico, ma che il personaggio conduce seguendo in realtà percorsi più carrolliani che freudiani. Non un guardarsi allo specchio, dunque, ma un andare direttamente oltre lo specchio.

Ed è non a caso attraverso una contro-seduta psicanalitica, che la Giulietta di Processo a Fellini cerca di rimettere insieme i pezzi della propria personalità, vampirizzata nel corso degli anni dal grande e mutevole artista che ha accanto. Interloquendo con i principali alter ego creati dallo stesso Federico nei suoi film — soprattutto il transitorio Marcello, il lussurioso ma mortifero Casanova e l’introverso ma in realtà devoto Zampanò — l’attrice arriva a chiedersi se sia mai stata amata davvero, rifiutando l’abnegazione e il martirio a malapena nascosti dietro le maschere di pagliaccio metafisico che ha impersonato nei film del marito, per reclamare un ruolo più terreno. Eppure, alla fine sarà quella di angelo custode la personalità che, per un attimo, le darà l’impressione di aver raggiunto, se non la felicità, almeno un po’ di pace.

Gramaglia offre una Masina di grande intensità, aiutata da un testo che si cala nella vita di questa coppia con credibilità. E che, pur evitando gli stereotipi, rende un’idea del cinema di Fellini immediatamente riconoscibile a chi abbia visto almeno un suo film. Una qualità non da poco per una piccola produzione teatrale, soprattutto se si tiene conto di quanto il cinema italiano abbia viceversa tentato, in questi anni, di riesumare un certo mondo felliniano sostanzialmente senza riuscirvi.

di Emilio Ranzato

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17 agosto 2019

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