Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Dalla parte
delle minoranze

· A Crema la beatificazione del missionario Alfredo Cremonesi ·

Tra gli indigeni birmani “cariani” è considerato il padre della fede, il primo apostolo del Vangelo. Fu martirizzato perché sacerdote e difensore di un’etnia perseguita al tempo della guerra civile scoppiata in Birmania (attuale Myanmar) dopo l’indipendenza. È padre Alfredo Cremonesi, sacerdote del Pontificio istituto missioni estere (Pime), che il cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, in rappresentanza del Papa, beatifica sabato pomeriggio, 19 ottobre, nella cattedrale di Crema.

Padre Cremonesi era nato a Ripalta Guerina, diocesi di Crema, il 16 maggio 1902, primogenito di famiglia numerosa. Il padre fu sindaco del comune e gestore di un’osteria. Nel 1910, seguendo la vocazione sacerdotale, Alfredo entrò nel collegio vescovile a Crema. L’anno successivo entrò nel seminario diocesano, dove rimase fino al 1922, quando passò al seminario lombardo per le missioni estere a Milano (che nel 1926 prese il nome di Pontificio istituto missioni estere). Dopo l’ordinazione sacerdotale, il 12 ottobre 1924 venne incaricato di insegnare italiano al seminario minore a Sant’Ilario Ligure. Scriveva anche romanzi. La sua vocazione missionaria nacque molto presto, forse per intercessione della patrona delle missioni, santa Teresa di Lisieux, per la quale ebbe sempre una grande devozione. Guarì da una grave infezione proprio grazie all’intercessione della santa.

I suoi superiori lo inviarono nell’ottobre 1925 in Birmania dove arrivò un mese più tardi. La sua prima dimora fu a Toungoo, sede del vicariato apostolico. Al momento della partenza per le missioni promise di non tornare mai più in Italia e nonostante le insistenze di familiari e amici mantenne la sua promessa. Dall’agosto 1926 risiedette a Yedashé e dall’agosto 1929 nel villaggio di Donoku. Il suo apostolato fu tra i “cariani”. Erano animisti, aperti alla fede cristiana. Grazie alla sua attività riuscì a dirigere un orfanotrofio e a costruire la scuola, la casa per le suore, la chiesa.

A quel tempo la Birmania era un protettorato inglese. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, il Paese fu coinvolto nel conflitto. Nell’estate 1940 gli inglesi requisirono tutti gli edifici della Roman catholic mission per alloggiare le truppe coloniali. I missionari italiani presenti nel vicariato apostolico e nella prefettura di Kengtung vennero divisi in due gruppi: quelli che erano giunti in Birmania prima del 1931 (tra cui padre Alfredo) potevano rimanere sul posto.

Nel dicembre 1941 dovette lasciare il villaggio di Donoku e, dopo una breve permanenza a Pjinmana, fu mandato in una località vicina ad aiutare il confratello Eugenio Borsano. Nel 1943 si ritirò a Kothamo, dove diffuse il Vangelo tra la popolazione dei “cariani rossi” del Moshò. Malgrado le sue malattie (malaria, febbri reumatiche, asma) si dedicò pienamente all’evangelizzazione e alla promozione umana. Nel 1945 venne catturato dai giapponesi e torturato perché si rifiutò di indicare i villaggi da saccheggiare. Liberato, scappò in una foresta, rimanendo alcuni mesi in condizioni molto difficili.

Terminata la guerra, fondò società e cooperative per lo sviluppo del popolo. Dappertutto formava dei catechisti. Le conversioni non erano individuali, ma di villaggi interi, che si trovavano nascosti in territori difficili e montagnosi. Sperava che quando il clero locale fosse stato stabilito, i missionari italiani si sarebbero spostati alle periferie lasciando i villaggi cattolici al clero locale. Nel 1948, ormai terminata la guerra mondiale, la Birmania ottenne l’indipendenza, ma poco tempo dopo scoppiò la guerra civile tra l’etnia birmana, a maggioranza buddista, che deteneva il potere, e le rimanenti tribù, soprattutto i “cariani” (a cui appartenevano molti rivoltosi), di culto protestante, in particolare battista. Tendenze comuniste sia di stampo stalinista sia di stampo maoista cercavano di prendere il potere. I cattolici, tra le varie correnti, si adoperavano per prendere una posizione equilibrata ed equidistante, ma avvenivano molti crimini. Per salvarsi Alfredo dovette lasciare i suoi fedeli per qualche tempo, ma con la speranza di tornare quanto prima da coloro che erano affidati alle sue cure, cosa che avvenne nel 1952.

Proprio l’equilibrio e la prudenza dimostrati dai cattolici attirarono un’ostilità trasversale da parte sia dei governativi che dei ribelli. I primi a caderne vittima furono i padri Mario Vergara e Pietro Galastri, uccisi nel 1950. Nel 1948 la Birmania festeggiò l’indipendenza. Scoppiò una guerra civile tra le diverse etnie, compresi i “cariani”. Il potere era nelle mani dei buddisti, che durante la guerra mondiale avevano appoggiato i giapponesi. Il buddismo divenne religione di Stato. I “cariani” in maggioranza erano protestanti e avevano appoggiato gli inglesi. I cattolici cercavano di non intromettersi nella politica, tuttavia vi fu molta violenza e aperta ostilità verso la Chiesa. Nel 1952 Cremonesi tornò a Donoku per non lasciare i suoi fedeli durante la guerra civile. Nel villaggio c’era grande tensione, perché i ribelli avevano fatto un’incursione provocando la reazione dei soldati governativi.

I missionari cattolici si trovavano tra due forze: l’etnia birmana era alleata dei giapponesi; l’etnia dei “cariani” era a fianco degli inglesi. Lo stato birmano a parole diceva di voler attuare un largo federalismo, invece stabilì il buddismo come religione di Stato, con il malcontento delle diverse etnie interne. Scoppiò così una rivolta (con alcune frange comuniste). I rivoltosi, specialmente di etnia cariana, erano generalmente protestanti (molto diffusi i battisti). I cattolici, anche di etnia cariana, presero una posizione equilibrata, attirandosi l’avversione di ambedue le parti. Per mezzo della rivista «Missioni cattoliche» padre Cremonesi denunciava i crimini e cercava una soluzione per risolvere in modo pacifico le controversie. In un primo momento dovette lasciare Donoku e cercare rifugio a Toungoo, ma vi rientrò agli inizi dell’anno 1952. Fu in questa situazione di conflitto che furono uccisi i padri Vergara e Galastri insieme a un catechista nel 1950.

Padre Cremonesi cercò di proteggere un catechista che era stato accusato. Si presentò inerme ai soldati con un fazzoletto bianco, ma venne ucciso in maniera brutale proprio perché era sacerdote. Era il 7 febbraio 1953. I fedeli lo venerarono subito come un martire. Alcune sue reliquie vennero mandate alla famiglia. Dieci giorni dopo la morte, il vescovo di Kengtung scrisse ai genitori dicendo che dovevano essere orgogliosi perché il loro figlio era morto martire della fede. Quattro giorni dopo il vescovo di Crema lo definì martire.

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

10 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE