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Dalla follia del ventre al cibo della sapienza

· Nutrire corpo e anima nel medioevo ·


Negli ultimi decenni le questioni legate all’alimentazione e al cibo come pratica sociale e culturale hanno attirato in modo crescente l’attenzione degli storici. Un esempio di questo rinnovato interesse è il volume collettaneo Nutrire il corpo, nutrire l’anima nel Medioevo (Pisa, Editrice Ets, 2017, pagine 258, euro 24) recentemente curato da Chiara Crisciani e Onorato Grassi. Il libro, che raccoglie gli atti di un convegno organizzato nel 2015 a Milano dalla Società italiana per lo studio del pensiero medievale, offre l’occasione per analizzare in una prospettiva di lungo periodo le trasformazioni subite dal concetto di gusto e dalle abitudini alimentari tra alto e basso medioevo. Ad arricchire il testo vi è la pubblicazione del discorso inaugurale di Umberto Eco — uno dei suoi ultimi interventi pubblici — in cui lo studioso affronta il tema del rapporto tra stili alimentari e condizioni socioeconomiche, rintracciando le radici del mito del paese di Cuccagna nell’indigenza dei contadini che popolavano le campagne europee nell’età di mezzo. 

Miniatura raffigurante il banchetto dei voti del pavone (xv secolo)

Uno dei presupposti che animano i diversi contributi della raccolta è il tentativo di superare l’idea secondo la quale al pensiero cristiano diffidente verso il cibo si contrapporrebbe la trattatistica medico-scientifica, volta invece a esaltarlo quale strumento di conoscenza del reale. Gli interventi mostrano come il quadro sia ben più articolato rispetto a questa visione semplificata e preveda sfumature e convergenze. È indubitabile che la cultura monastica sia dominata dall’appello alla moderazione: la colpa non risiede tanto nel cibo in sé (del resto la tradizione cristiana è caratterizzata, fin dal dettato evangelico, dall’assenza di tabù alimentari), quanto nel suo desiderio eccessivo, ovvero nella concupiscenza.
Proprio da questo presupposto muove Giovanni Cassiano per costruire una gerarchia dei vizi capitali al centro della quale pone la gastrimargia, ovvero la follia del ventre, un primato legato al fatto che lo stesso peccato di Adamo è interpretato anzitutto come un peccato di gola. Si spiega così la necessità di regolamentare in modo rigido l’assunzione degli alimenti affinché siano soddisfatti soltanto i bisogni legati alla sopravvivenza dell’uomo, senza eccessi. Bisognerà attendere il XII secolo per un primo superamento di questo modello grazie alla concezione abelardiana della neutralità del piacere. Tuttavia, l’invito alla prudenza è largamente presente anche nelle prescrizioni di dietetica esposte nelle opere note come Regimina sanitatis, in cui i medici consigliano ai loro lettori di evitare le abitudini nocive del digiuno e dell’ingordigia, pena il rischio di una transmutatio mortifera capace di distruggere la virtù vitale che alberga nel cuore dell’uomo e di condurre perciò alla morte. Ponendosi in continuità con la tradizione ippocratica e galenica, al cibo è attribuita una duplice funzione: da un lato, ripristinare le sostanze consumate a causa delle attività fisiche svolte, dall’altro, ristabilire l’equilibrio tra le qualità primarie (caldo, freddo, secco e umido) e gli umori, preservando o ridonando uno stato di salute.
Pur fortemente ancorata al concetto di temperanza, la rivalutazione inaugurata da Abelardo produce conseguenze rilevanti, che coinvolgono a vari livelli la vita concreta dei monasteri, la letteratura agiografica e la produzione omiletica. Nel suo commento alla regola benedettina, ad esempio, redatto tra il 1151 e il 1161, Ildegarda di Bingen prova a mitigarne il rigore, introducendo la possibilità di consumare, accanto alle verdure crude e cotte e alla frutta, anche pesce, formaggio e uova. Secondo Ildegarda, la distribuzione del cibo nei monasteri deve essere guidata dalla discretio, intesa sia come discernimento sia come misura. Anche dall’esercizio di questa virtù, infatti, deriva la possibilità di raggiungere una perfetta armonia tra anima e corpo. Non è un caso che persino rievocando le vite dei santi fondatori Ruperto e Disibodo, Ildegarda non indulga sull’astensione, ma richiami al contrario la frugalità caritatevole e l’assistenza ai poveri.
Più tardi nelle fonti francescane si troveranno frequenti rinvii alla passione del santo di Assisi per alimenti specifici, dal lardo, usato come condimento e preferito all’olio, ai mostaccioli richiesti in punto di morte alla nobildonna romana Jacopa dei Settesoli. Il cibo torna addirittura protagonista di storie di miracoli, come quella riportata da Tommaso da Celano nella Vita secunda. In segno di riconoscenza verso un medico venuto a curare gli occhi malandati di Francesco, i frati hanno da offrire soltanto del pane, del vino e dei legumi. All’improvviso però alla porta dell’eremo reatino si presenta una donna con un cesto ricco di pani, pesci e pasticci di gamberi, accompagnati da abbondante miele e uva. Di fronte a tali prelibatezze, il medico non può che esclamare commosso: «Né voi frati né noi del secolo conosciamo veramente la santità di quest’uomo».
L’ambiente domenicano non fa eccezione: Stefano di Borbone e Filippo da Ferrara considerano l’astinenza prolungata come un peccato indotto dal demonio, che non consente al monaco di svolgere in modo adeguato le proprie attività. Sono numerosi poi i casi in cui del cibo viene esaltata la valenza metaforica e la capacità di generare universi semantici e simbolici, funzionali all’esegesi dei testi sacri. Nel Liber de panibus, ad esempio, il benedettino Pietro di Celle, successore di Giovanni di Salisbury come vescovo di Chartres, raccoglie i numerosi passi scritturistici in cui compare il pane e li rilegge alla luce del mistero dell’incarnazione. Non si tratta di semplici espedienti retorici, ma più in generale della consapevolezza del legame costitutivo tra alimentazione e sapere.
Come scrive Gregorio Magno, non si può conoscere il «cibo della sapienza» se non gustandolo fino in fondo, «fino al midollo» secondo la sua espressione, altrimenti si rischia di sentir parlare delle virtù senza riuscire ad apprezzarne davvero il «sapore».

di Giovanni Cerro

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20 ottobre 2019

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