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​Dalla cronaca al mito

· ​In mostra a Roma i settant'anni di Magnum Photos ·

Hanno documentato guerre, testimoniato tensioni sociali, ritratto persone comuni e grandi della terra; lo hanno fatto interpretando i mutamenti del mondo, in qualche caso persino anticipandoli. Sono i fotografi della Magnum, la più prestigiosa agenzia fotogiornalistica, che da settant’anni raccontano il nostro tempo con passione, competenza, sensibilità e creatività.
Molte delle loro immagini sono divenute vere e proprie icone, finite dalle pagine di riviste e giornali a quelle dei libri di storia. Scatti che hanno anche contribuito a ridefinire il linguaggio del reportage fotografico, influenzando il lavoro di una miriade di altri fotografi. Per questo confrontarsi con la storia di Magnum Photos significa confrontarsi con buona parte della storia della fotografia. Basta citare alcuni dei nomi ad essa legati per comprenderlo, dai fondatori — era l’aprile del 1947 — Robert Capa, Henry Cartier-Bresson, David Seymour, William Vandivert e George Rodger, a Josef Koudelka, Elliott Erwitt, Inge Morath, Werner Bischof, René Burri, Leonard Freed, Alex Webb, William Eugene Smith. E si potrebbe continuare con decine di altri non meno noti. 

Elliott Erwitt

Non importa se di questi maestri indiscussi si conosce già tutto o quasi. Quando ci si confronta con il mito non esistono il già visto o la noia della ripetizione, il vecchio o il nuovo, neppure il bello o il brutto. «Perché — come ha scritto Michele Smargiassi — la mitologia è questo, è l’eterno ritorno, è l’inesistenza di un pensiero attorno a un concetto, è forma che non appartiene alla storia ma la riempie tutta». E perché, comunque la si pensi, Magnum è stata ed è ancora «l’evenienza più mitopoietica della storia della fotografia».
Allora si comprende come per qualunque appassionato di quest’arte sia imprescindibile una visita alla mostra Magnum Manifesto allestita Museo dell’Ara Pacis di Roma fino al 3 giugno — prima tappa europea e unica italiana — realizzata proprio per celebrare il settantesimo anniversario dell’agenzia. Curata da Clément Chéroux, direttore della fotografia al MoMA di San Francisco, la mostra getta uno sguardo nuovo e approfondito sulla storia dell’agenzia, permettendo di comprendere come e perché sia diventata unica, leggendaria.
Una leggenda alimentata anche dalle vite avventurose di molti dei suoi membri, come ad esempio i guadagni che Capa dilapidava alle corse, oppure le scazzottate durante i meeting annuali . «Una mitologia — sottolinea Cheroux nel prezioso volume che correda la mostra (Roma, Contrasto, 2017, pagine 416, euro 66) — con i suoi eroi e i suoi martiri, i suoi racconti di fondazione e le sue tragedie, le sue crisi e le sue rinascite».
Ma proprio perché di mito si tratta, il curatore ha voluto evitare la banalizzazione di immagini autocelebrative, raffiguranti la vita dell'agenzia. Pescando invece negli immensi archivi newyorchesi e parigini — una sorta di fototeca di Babele — tra documenti rari e inediti, noti reportage, immagini di grande valore storico e nuove realizzazioni, Chéroux illustra come Magnum Photos debba la sua fama alla capacità dei suoi fotografi di fondere con particolare maestria arte e giornalismo, creazione personale e testimonianza del reale. Quello proposto è un viaggio appassionato e appassionante che consente anche di verificare come il “fattore Magnum” non solo continui a esistere, ma anche come si rinnovi, continuando comunque a ruotare attorno a quella divergente visione della fotografia che contrapponeva i due giganti: la tendenza fondamentalmente documentaria di Capa, difensore del contatto con gli eventi, e la vena artistica di Cartier-Bresson, con il suo distacco dalla realtà rappresentata.
Un viaggio che accosta anche testi alle immagini, ovvero documenti, interviste, lettere, appunti o racconti dei membri dell’agenzia nei quali si legge il tentativo di definire lo spirito collettivo di questa istituzione, mostrando così quali siano state le posizioni, etiche ed estetiche, che animavano il lavoro dei fotografi. Ma allo stesso tempo un itinerario che lega l’artista al suo contesto, ovvero alle grandi questioni che hanno segnato la seconda metà del Novecento e i primi anni Duemila, per far emergere in che modo i membri della Magnum hanno contribuito a dare forma agli sviluppi sociali e culturali.
Tenendo conto di questa duplice lettura, il percorso espositivo è suddiviso in tre sezioni: la prima, «1947 — 1968. Diritti e rovesci umani», scruta l’archivio di Magnum attraverso una lente umanista e si concentra sugli ideali di libertà, uguaglianza, partecipazione e universalismo che emersero dopo la seconda guerra mondiale in un mondo diviso in due blocchi contrapposti; la seconda, «1969 — 1989. Un inventario di diversità», mostra, dopo le rivolte studentesche, la frammentazione del mondo tra gli anni Settanta e Novanta del Novecento, con uno sguardo particolare rivolto alle minoranze e agli esclusi, stritolati dall’individualismo consumista; la terza, infine, «1990 — 2017. Storie della fine», partendo dalla dissoluzione dell’impero comunista, racconta il trionfo di un capitalismo disinibito e l’emergere della globalizzazione, ma anche le diverse forme espressive grazie alle quali i fotografi Magnum hanno colto i mutamenti del mondo e i pericoli che lo minacciano.
Così tra le sale della mostra lo sguardo del visitatore si sofferma sul reportage realizzato da Eve Arnold negli anni Cinquanta sui lavoratori immigrati negli Stati Uniti; sui teneri e intimi ritratti di famiglia di Elliott Erwitt, sugli zingari raccontati da Josef Koudelka; sull’America dolente raccolta lungo i binari percorsi dal treno che trasportò la salma di Robert Kennedy nel suo ultimo viaggio verso il cimitero di Arlington e ritratta da Paul Fusco. E ancora sulle serie dei nuovi autori di Magnum, dalla “Spagna occulta” di Cristina García Rodero alle osservazioni antropologiche realizzate da Martin Parr in giro per il mondo; dalla cruda attualità dell’America latina documentata da Jérôme Sessini fino ai drammatici viaggi dei migranti fotografati da Paolo Pellegrin nelle buie notti del Mediterraneo.
Quello che ci passa davanti agli occhi è dunque un pezzo di storia; una finestra sul mondo così come i fotografi di Magnum ce lo hanno fatto conoscere, attraverso il loro sguardo. Uno sguardo originale, libero, disincantato, critico, talvolta ironico, mai condiscendente. Uno sguardo sempre pieno di umanità. 

di Gaetano Vallini

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17 luglio 2019

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