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Dalla consapevolezza
all’impegno

· Verso l’incontro di febbraio sulla protezione dei minori ·

Una riflessione di padre Federico Lombardi

L’abuso sui minori resta «uno dei crimini più vili e nefasti possibili», ha ribadito Papa Francesco nel recente discorso al corpo diplomatico. Ma dinanzi alla crisi che ha provocato nella Chiesa «non è giustificato un atteggiamento di disorientamento e di paura». Occorre piuttosto «impegnarsi a fondo», con «decisione e radicalità», per dare concretezza ai tre «atteggiamenti positivi» proposti come punti focali dell’incontro in programma dal 21 al 24 febbraio: la responsabilità, il dovere di rendere conto, la trasparenza.

A poco più di un mese dalla riunione convocata in Vaticano, padre Federico Lombardi — che dei lavori del meeting è stato designato moderatore dallo stesso Pontefice — offre un nuovo contributo alla riflessione sulla risposta della Chiesa di fronte alla piaga degli abusi. In un articolo pubblicato sull’ultimo numero de «La Civiltà Cattolica», in uscita il 19 gennaio, il gesuita torna sulla questione della protezione dei minori (dopo un precedente articolo che ripercorreva le principali tappe della crisi generata dagli scandali) presentando alcuni modelli di documenti e di iniziative che vedono protagoniste tre realtà ecclesiali — la conferenza episcopale canadese, la diocesi di Bergamo e la Pontificia università Gregoriana — mobilitate con particolare impegno su questo drammatico fronte.

A partire dalla richiesta che la Congregazione per la dottrina della fede aveva inviato nel 2011 agli episcopati del mondo — invitandoli a redigere le «linee guida» da applicare nei casi di abusi da parte del clero — i presuli canadesi hanno elaborato nel giugno 2018 un documento (Protecting Minors from Sexual Abuse) ampio e complessivo, destinato non solo ai vescovi ma alla comunità ecclesiale nel suo insieme. Nell’illustrarlo padre Lombardi ne mette in luce la chiarezza e la concretezza, sottolineando che il testo non si limita a fornire indicazioni generali ma suggerisce comportamenti e prassi in vista di un «cambiamento che vada al di là del solo miglioramento di pratiche amministrative e raggiunga il livello profondo “della cultura e della mentalità istituzionale” nella Chiesa».

Suddiviso in tre capitoli, il documento parte dagli effetti che il fenomeno degli abusi ha provocato nella comunità ecclesiale del Paese e si apre enumerando una serie di nove «lezioni» da trarre per il futuro. «L’impatto negativo della crisi sulla missione della Chiesa, in particolare nel campo dell’educazione dei giovani e della famiglia — riconoscono i presuli — è profondo; recuperare la credibilità evangelizzatrice della Chiesa nel mondo odierno secolarizzato è una sfida che richiede un rinnovamento spirituale autentico, altrettanto profondo». Pregio del documento, nota padre Lombardi, è di «non essersi limitato a enucleare le precedenti “nove lezioni” in termini generali», ma di «aver formulato, per ognuna di esse, una serie di “raccomandazioni e punti per l’azione” molto precisi e concreti»: in totale ben 69, che costituiscono «un vero aiuto a capire come passare dalla teoria alla pratica».

Nel secondo capitolo i vescovi descrivono «le esigenze del processo di guarigione delle persone e delle comunità, entrando più in profondità negli effetti degli abusi sulle vittime e nelle risposte psicologiche e spirituali alle ferite che essi hanno provocato». Da sottolineare, in particolare, la necessità di mantenere «grande prudenza e gradualità nel cammino di riconciliazione e nel modo stesso di parlare di perdono, alla luce del rispetto dovuto alla profondità della sofferenza delle vittime». Va anche evidenziata la raccomandazione di occuparsi «delle famiglie, delle parrocchie, delle istituzioni e delle diocesi colpite, che hanno bisogno anch’esse di cura per superare l’impatto traumatico degli abusi e devono essere coinvolte, per quanto possibile, nella cura delle vittime e nell’impegno corresponsabile della prevenzione».

Indirizzato essenzialmente ai vescovi, il terzo capitolo guarda all’incontro di febbraio e ripropone la necessità di «formulare e attuare politiche e protocolli per la protezione dei minori che siano chiari, accessibili, coerenti con le esigenze delle leggi civili e delle norme canoniche». Ma l’accento è posto soprattutto sulle parole chiave — in inglese sintetizzate dal trinomio responsibility, accountability, transparency — che faranno da sfondo alle giornate della riunione.

Il primo atteggiamento raccomandato ai presuli è appunto la responsabilità di «assicurare che nelle loro diocesi o eparchie tutti gli ambienti pastorali siano sicuri». Questo comporta «il rispetto delle leggi civili richiesto dalla cura del bene comune della società», così come «la comunione con gli altri vescovi», senza trascurare «il coinvolgimento “sinodale” dei fedeli e delle persone competenti». La protezione dei minori, infatti, va considerata «un bene di importanza fondamentale per l’intera famiglia umana, non meno che per la Chiesa».

Ne segue il «dovere di rendere conto», inteso come «l’obbligo di una parte di rispondere a un’altra nel modo in cui compie le proprie responsabilità». Si tratta di un obbligo che va esercitato in diverse direzioni: verso le vittime e le loro famiglie, verso il popolo di Dio e la società, verso gli altri membri della Chiesa, del collegio episcopale o dell’istituto di appartenenza, verso le leggi ecclesiali e civili. Un discorso, osserva padre Lombardi, «particolarmente delicato» alla luce della «visione tradizionale dell’autorità preminente del vescovo nella comunità ecclesiale»; ma comunque un compito «urgente» sul quale «concentrarsi con serenità, coraggio e chiarezza».

Ultimo, ma non meno importante, è l’aspetto della trasparenza, decisivo per segnare un’inversione netta e inequivocabile rispetto «a quella tendenza all’occultamento che è stata una delle cause di tanti mali e tragedie nel passato». Oggi, infatti, «le attese di trasparenza sono molto elevate» — anche in conseguenza della «caduta di fiducia» nelle autorità — e talvolta finiscono addirittura per entrare «in conflitto con i doveri di tutela della privacy delle vittime stesse». Per Lombardi siamo di fronte a una sfida «complessa» ma «ineludibile». Anche perché essa aiuta a comprendere «la necessità di un rinnovamento delle relazioni all’interno della Chiesa, come ha più volte fatto notare papa Francesco nella sua critica al “clericalismo”, cioè all’esercizio dell’autorità come potere piuttosto che come servizio».

Riguardo, infine, alla parte del documento riservata più specificamente alle «linee guida» da seguire nelle politiche di protezione dei minori, va ricordato che le norme canoniche essenziali di riferimento sono quelle della Sacramentorum sanctitatis tutela di Giovanni Paolo II, del 2001, aggiornate da Benedetto XVI nel 2010. Norme che, osserva padre Lombardi, risultano «essenziali, sapienti e chiare, di valore universale in questa materia, nonostante le grandissime differenze culturali che esistono nel mondo». Esse vanno perciò «rigorosamente osservate», pur tenendo conto della varietà della legislazione nei diversi contesti nazionali. Puntano in questa direzione le «linee guida» dell’episcopato canadese, che soprattutto su alcuni punti — per esempio l’obbligo o meno di informazione e denuncia presso le autorità civili competenti — forniscono «chiare indicazioni ai vescovi locali» e costituiscono dunque «un buon esempio» per tutti gli altri episcopati.

Sul piano delle esperienze concrete, padre Lombardi illustra poi l’esempio di Bergamo, dove è stato costituito un ufficio di curia denominato «Servizio diocesano per la tutela del minore» che opera sia nell’ambito della ricezione e della trattazione delle segnalazioni — secondo uno specifico «Protocollo» messo a punto a livello locale — sia nell’ambito delle attività di prevenzione, informazione e formazione. A questo fine è stato costituito un «gruppo di studio» con competenze pastorali, psicopedagogiche e legali, che non si occupa dei singoli casi di abuso ma individua e promuove «buone procedure e buone prassi per i diversi ambiti della vita e attività della diocesi». In tal senso padre Lombardi considera «esemplare» la lettera circolare diocesana diffusa recentemente e dedicata proprio alle Buone prassi di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia. Va da sé che tali servizi non siano di facile realizzazione per tutte le Chiese locali; ma ciò non toglie che forme concrete di collaborazione interdiocesana possano dar vita a strutture più ampie in grado di superare «campanilismi miopi e pericolosi» e di sviluppare «il gusto di lavorare e camminare insieme».

L’ultimo aspetto sul quale si sofferma l’articolo è quello della formazione di «persone capaci e competenti» nel campo della tutela dei minori. Un impegno fatto proprio, tra gli altri, dalla Pontificia università Gregoriana, che nel 2012 ha lanciato il Centro per la protezione dei minori «con la finalità della promozione professionale e accademica della protezione per mezzo di programmi di formazione, conferenze, comunicazione e ricerca». Impostato su un metodo «essenzialmente centrato sullo studente», l’iter didattico offre a un primo livello il diploma e, da quest’anno, un ulteriore sbocco formativo che conferisce la «licenza in protezione dei minori». Inoltre è stato sviluppato un programma di e-learning — al quale partecipano attualmente 53 istituzioni di una trentina di paesi del mondo — che mette a disposizione utili materiali a scopo formativo. «La prospettiva universalistica che fin dall’inizio caratterizza la missione dell’Università Gregoriana — sottolinea in proposito padre Lombardi — si esercita così anche sulla nuova frontiera della protezione dei minori al servizio della Chiesa e della società umana nel suo insieme».

di Francesco M. Valiante

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22 agosto 2019

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